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1. Che ruolo ha la Cooperazione allo Sviluppo nel Ministero degli Affari Esteri?
La cooperazione con i Paesi in via di sviluppo (Pvs) è una componente essenziale della politica estera italiana. Consente al nostro Paese di contribuire agli sforzi coordinati in sede Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite) per alleviare la povertà nel mondo e aiutare i Pvs a rafforzare le loro istituzioni nel segno del buon governo e nel rispetto dei diritti umani.
2. Qual è la legge principale che regola la cooperazione?
Nata negli anni Cinquanta e Sessanta da alcuni interventi episodici di assistenza a Paesi legati all’Italia da precedenti vincoli coloniali, la Cooperazione italiana è stata regolata dal 1979 dalla legge n. 38. Nel corso degli anni Ottanta la crescita delle iniziative di aiuto allo sviluppo in diverse aree geografiche ha portato a un riordino complessivo con la Legge n.49 del 26 febbraio del 1987: “Nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo”, che ne definisce gli obiettivi e le procedure.
3. In quali Paesi interviene la Cooperazione italiana?
Nel 2003, secondo i dati Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), l’Italia è stato il settimo Paese donatore più importante al mondo, con contributi pari a 2.393 milioni di dollari L’Africa sub-sahariana, destinataria del 40 per cento del totale delle risorse, è la principale area destinataria degli aiuti allo sviluppo della Cooperazione italiana, seguita dal Medio Oriente e Nord Africa, a cui va il 25 per cento. Il resto si suddivide tra l’Asia (l’8 per cento degli aiuti), l’America Latina, (circa un 15 per cento), e i Balcani, (il 12 per cento). Tra le priorità della Cooperazione italiana c’è la lotta ad Aids, tubercolosi e malaria, per cui il nostro Paese investe 100 milioni di euro l’anno. Due terzi dei fondi vengono erogati dal Ministero degli Affari Esteri e da quello dell’Economia. A essi si aggiungono i dicasteri all’Ambiente, alle Attività Produttive, alla Salute, agli Interni, gli Enti della cooperazione decentrata (Regioni, Province, Comuni) e i trasferimenti provenienti dall’Unione europea.
4. Esistono differenze tra gli interventi di emergenza e le iniziative di Cooperazione allo Sviluppo?
Il regolamento del Consiglio dell’Unione Europea del 20 giugno 1996 amplia l’ambito di azione della cooperazione, estendendola anche a quei paesi che sono fuori dal novero dei Pvs, ma che tuttavia necessitano di interventi per far fronte a circostanze eccezionali. L’ufficio di Emergenza della Dgcs è in grado di fornire una risposta rapida e immediata alle esigenze dovute al verificarsi di calamità naturali o crisi umanitarie attribuibili all’uomo. Gli aiuti di emergenza mirano a ripristinare l’equilibrio nella struttura dei servizi sociali esistente prima del verificarsi della crisi, e a preparare la successiva fase di sviluppo.
5. Come si può lavorare per la cooperazione con il Ministero degli Affari Esteri?
Esistono diverse possibilità di lavoro con la cooperazione:
- gli esperti possono inserire il proprio nominativo nella banca
dati (vedi punto 6)
- si possono svolgere attività come cooperanti e volontari (vedi punto
7)
- le imprese possono partecipare alle gare
- tecnici ed esperti possono ottenere incarichi in
settori specifici
- le Ong idonee possono ottenere dei contributi per le iniziative in Italia e nei Pvs.
6. Esiste una banca dati di esperti e cooperanti?
Esiste una banca dati informatizzata dove poter inserire il proprio curriculum, anche da Paesi esteri, per poter lavorare con la Cooperazione italiana. I requisiti minimi per l’inserimento nella banca dati sono il possesso del diploma di laurea, l’ottima conoscenza dell’inglese e di almeno un’altra lingua ufficiale adottata dalle organizzazioni internazionali, e tre-cinque anni di esperienza professionale, di cui almeno 2 a livello internazionale. La raccolta dati avviene attraverso compilazione di un modulo elettronico da compilare via Internet
7. E’ possibile fare del volontariato nel campo della cooperazione?
I cittadini italiani possono prestare servizio come volontari o cooperanti nei programmi di cooperazione nei Paesi in via di sviluppo, realizzati da organizzazioni non governative (Ong) con la possibilità di mantenere il posto di lavoro, tutela assicurativa, previdenziale e riconoscimento del servizio (vedi Opportunità di lavoro e di studio). Per quanto riguarda le opportunità per il volontariato, la selezione viene fatta direttamente dalle Organizzazioni non governative. L’elenco delle Ong, ufficialmente riconosciute dal Ministero degli Affari Esteri ai sensi della legge 49/87 si trova nel nostro sito alla voce Partner/Ong.
8. In cosa consiste la figura del peacekeeper?
Si tratta di personale civile in grado di far fronte a operazioni di mantenimento della pace o a interventi umanitari da affiancare alle forze militari. Le missioni sono normalmente di breve durata (non più di un anno) e contemplano differenti funzioni: dal monitoraggio elettorale agli aiuti d’emergenza, dai trasporti alla logistica, dalla gestione di risorse umane agli affari legali e politici, dall’assistenza umanitaria ai diritti umani. Gli aspiranti peacekeeper devono essere laureati, aver maturato 4-5 anni di esperienza professionale sul campo e conoscere inglese e/o francese, oltre che un’altra lingua. E’ possibile candidarsi come peacekeeper attraverso l’Onu
9. E’ possibile fare uno stage al Ministero degli Affari Esteri nel settore della Cooperazione allo Sviluppo?
E’ possibile fare uno stage della durata minima di due mesi e massima
di sei presso gli uffici dell’amministrazione centrale a Roma, fra cui
la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e presso le sedi all’estero
della Ministero degli Affari Esteri.
Il programma di tirocinio fa riferimento alla Convenzione tra il Ministero
degli Affari Esteri - Istituto Diplomatico e la Conferenza dei Rettori delle
Università italiane del 2000. Per partecipare è necessario essere
laureati ( da non più di diciotto mesi) o laureandi delle Università
italiane aderenti alla Crui. Per ulteriori informazioni si può visitare
il sito internet del Mae,
della Conferenza dei Rettori,
o contattare l’Istituto diplomatico per tel. 06-36914818 o via e-mail
10. Esiste un canale preferenziale di collegamento tra la Cooperazione internazionale allo Sviluppo e l’Università?
La cooperazione italiana intende sviluppare nuove Linee guida, sviluppando la collaborazione con l’Università per valorizzarne le competenze tecniche, anche attraverso nuove metodologie didattiche da applicare nei programmi e formazione. Il 30 marzo 2006 a Roma è stato firmato un Documento d’intenti tra il Direttore Generale della Cooperazione e i Rettori delle Università italiane.
11.Cosa sono le buone pratiche?
Le buone pratiche (in inglese ‘Best practices’) sono progetti e iniziative di successo, che hanno contribuito in modo significativo al miglioramento della qualità della vita nei Paesi in via di sviluppo e che possono essere considerati come un modello per le attività future.
12. Esiste un Centro di documentazione della Cooperazione allo Sviluppo?
Il Centro di documentazione della Cooperazione allo Sviluppo ha sede in via della XVII Olimpiade, 8 (Villaggio Olimpico). L’orario di ricevimento è dalle 9.00 alle 13.00, da lunedì a venerdì. Vi si possono consultare le principali pubblicazioni sulla Cooperazione, a cominciare dal Dipco, il bollettino ufficiale del Dipartimento Cooperazione italiana allo Sviluppo e le Relazioni annuali al Parlamento.
13. In cosa consiste la Cooperazione decentrata?
Si tratta dell’attività di cooperazione, realizzata dalle autonomie locali italiane, ossia dalle regioni, dalle province e dai comuni in collaborazione con enti omologhi dei Paesi in via di sviluppo e con il coinvolgimento della società civile dei rispettivi territori. L’attività delle autonomie locali nella cooperazione è in continua crescita e assume forme molteplici. Dall’affidamento diretto di specifiche iniziative, mediante apposite convenzioni, al cofinanziamento, attraverso programmi quadro in gestione diretta o affidata a organismi internazionali. Inoltre sempre più spesso si affiancano ai programmi governativi interventi, finanziati con fondi propri da enti locali italiani.
14. Cosa sono le Unità tecniche locali e dove operano?
Le unità tecniche (Utl) sono costituite da esperti dell’Unità tecnica centrale e amministrativi, assegnati dalla Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, oltre che da personale esecutivo e ausiliario locale. Svolgono attività di supervisione delle iniziative di cooperazione in atto. Si occupano di inviare relazioni, dati e elementi di informazione utile alla valutazione di iniziative di cooperazione, suscettibili di finanziamento. Le Unità tecniche locali operano nei Paesi in via di sviluppo con accreditamento diretto presso i governi interessati nel quadro degli accordi di cooperazione.
15. La Cooperazione allo Sviluppo del Ministero ha dei propri esperti?
La Cooperazione allo Sviluppo si avvale di propri esperti, chiamati a valutare le diverse iniziative sulla base di un approccio multidisciplinare. In alcuni casi vengono inseriti in un’Unità tecnica centrale per lo svolgimento di compiti di natura tecnica, studio e ricerca, in altri sono impiegati negli uffici tematici e territoriali della cooperazione fino a un numero di trenta. Oltre agli esperti interni, sono previsti anche degli esterni, utilizzati per fornire consulenze su specifici progetti e per la gestione in loco di lunghe missioni all’estero.