
Gli Usa si erano dichiarati disposti a tagliare le emissioni del 17 per cento rispetto al 2005, ovvero del 3 per cento rispetto ai valori del 1990. Con gli altri Paesi industrializzati metteranno nero su bianco i propri impegni di riduzione di gas serra per il 2020 entro gennaio 2010. Durante il vertice, hanno deciso impegni finanziari per aiutare i Pvs nello sviluppo delle nuove tecnologie: 3,6 miliardi di dollari per il periodo 2010-2012.
La Ue ha deciso di tagliare le emissioni del 20 per cento rispetto ai valori del 1990, e sarebbe arriverata a una riduzione del 30 per cento se l'avessero fatto gli altri Paesi. Il Parlamento europeo ha approvato la posizione comunitaria al vertice di Copenaghen con la proposta di un contributo europeo di 30 miliardi di euro annui destinati ai Paesi in via di sviluppo fino al 2020.
Cina
La Cina aumenterà l’efficienza energetica del 40 per cento entro il 2020; ma non si è impegnata sul taglio totale di emissioni da raggiungere.
India
L’India ha guidato il fronte del no all’accordo, con altri Paesi emergenti: promette aumenti dell’efficienza energetica del 20 - 25 per cento entro il 2020 e ha ottenuto fondi dei Paesi industrializzati per tecnologie pulite.
Brasile
Il Brasile ha deciso di ridurre la deforestazione dell’Amazzonia per un possibile taglio del 40 per cento delle emissioni al 2020.
Le ragioni di una vittoria politica
Le ragioni della vittoria politica di ”Cindia” al vertice sul cambiamento climatico sono state esposte dall'esperto Federico Rampini: " Il responsabile Onu per l’ambiente Yvo de Boer ha spiegato che in India 400 milioni di persone vivono senza accesso alla corrente elettrica. Come gli dici di spegnere una lampadina che non hanno? Il premier indiano Manmohan Singh ha detto: ”Ogni accordo sul clima deve considerare i bisogni di crescita delle nazioni in via di sviluppo”. Se a qualcosa è servito Copenaghen, forse è proprio questo. Mai più l’Occidente potrà dettare tempi e regole per far fronte all’emergenza ambientale, ignorando che il saccheggio dell’ambiente visto dai Paesi emergenti è anzitutto un lascito nostro.
E’ uno choc per due aree del mondo che avrebbero potuto contare molto di più: l’Unione europea e il Giappone, spesso all’avanguardia nelle normative sull’ambiente, ma ininfluenti a Copenaghen. Mai Obama ha cercato una sponda con loro. Dando prova di senso tattico, il presidente americano ha ”marcato” solo i giocatori che contavano. Perché la chiave dei nuovi equilibri politici mondiali, è nella capacità di Cina e India di giocare su due sponde. Sono superpotenze economiche in competizione con l’Occidente (anche nella quantità di gas carbonici). Al tempo stesso conservano la capacità di rappresentare Paesi emergenti ben più poveri di loro".
Le altalenanti posizioni sul clima del presidente cinese Hu Jintao e di quello americano Barack Obama hanno caratterizzato il summit di Copenhagen.
Importanti le percentuali che sintetizzano la lotta alle emissioni di gas serra dei due presidenti. Obama si impegna a ridurre le emissioni del 17% entro il 2020, del 30% entro il 2025, fino ad arrivare al 42% nel 2030. Hu Jintao mette sul piatto una cifra in apparenza ancora più encomiabile: il 40-45% dell’intensità carbonica in meno entro il 2020.
Tuttavia, a una analisi più attenta, gli impegni di Obama e Hu Jintao si rivelano meno convincenti. Gli Stati Uniti prendono come anno di riferimento sul quale calcolare i tagli alle emissioni il 2005, diversamente dai negoziatori che si confrontano sul dopo-Kyoto, che prendono come parametro il 1990. Se le promesse americane vengono riesaminate sulla base dei valori del 1990, si vede che il 17% del 2020 diventa un 4%, il 30% del 2025 passa al 18%, mentre nel 2030 non saremo al 42% ma al 32% di emissioni in meno. Gli Stati Uniti si sono scelti regole del gioco diverse dal resto del mondo.
Ancora più personali sono i parametri scelti dalla Cina. Hu Jintao, oltre ad avere anch’egli preso come riferimento il 2005, ha parlato di riduzione dell’‘intensità carbonica’ anziché delle emissioni complessive. L’intensità carbonica è la quantità media di emissioni di CO2 rilasciate per la produzione di un’unità di prodotto interno lordo. Impegnarsi su questo parametro significa volere migliorare la propria efficienza energetica. Hu Jintao si propone di farlo nella misura del 40-45% entro il 2020. Ma dal momento che il pil cinese crescerà decisamente nel prossimo decennio, si avrà anche un aumento complessivo delle emissioni, parametro sul quale la Cina, infatti, non prende impegni.
Si calcola che, con la riduzione prevista dell’intensità carbonica, le emissioni cinesi cresceranno nel 2020 ‘solamente’ del 100%, anzichè del 150%, rispetto a oggi. Né la Cina si dice disposta a vincolarsi su questi obiettivi con un trattato internazionale, ma sceglie la via dell’impegno unilaterale.
Barack Obama e Hu Jintao sono spinti da problematiche differenti a smorzare l’impegno sul clima. Le pastoie del Congresso, legato a sua volta legato alle lobby industriali, rallentano l’azione riformatrice del presidente americano, che vorrebbe probabilmente spingersi più in là. Hu Jintao, invece, non può e non vuole rischiare di limitare la crescita economica cinese, impetuosa ed energivora. Né è disposto a pagare il prezzo prevalente di un inquinamento che i paesi industrializzati hanno stratificato nei decenni scorsi.