
Dopo 13 giorni di discussioni estenuanti la 17a Conferenza Onu sul Clima si è chiusa l’11 dicembre con un accordo, il cosiddetto Package of Durban (vedi Pdf nella colonna a destra), raggiunto all’ultima ora, su una tabella di marcia che entro il 2015 dovrebbe portare a un trattato globale sulla lotta ai cambiamenti climatici la cui entrata in vigore è prevista per il 2020. Il risultato, che ha fatto dichiarare a Maite Nkoana-Mashabane, presidente sudafricana della Conferenza “Abbiamo fatto la storia”, è stato salutato da molti come un successo, date le premesse da cui si era partiti e lo svolgersi deludente delle sessioni di trattativa. Il Protocollo di Kyoto, il cui prolungamento dopo il 2012 era alla base della Conferenza stessa, a questo punto costituirà un ponte verso l’accordo globale, ma nella sua fase 2 riguarderà di fatto solo l’Europa e pochi altri paesi industrializzati, dato il rifiuto di Giappone Russia e Canada al suo rinnovo. In base all’accordo di Durban già dal 2012 una task force incaricata di studiare contenuti e forma del trattato definitivo sarà al lavoro per accelerare al massimo i tempi e aumentare il livello delle riduzioni di gas serra previste.
Un passo importante è rappresentato dal via libera all’operatività del Fondo Verde - 100 miliardi di dollari al 2020 – per aiutare i paesi in via di sviluppo nella loro azione contro il riscaldamento globale. Obiettivo delle decisioni di Durban è il coinvolgimento nella lotta comune delle nuove economie e soprattutto degli Stati Uniti che il Protocollo di Kyoto non l’hanno mai ratificato.
“Siamo usciti dal "cono d'ombra" di Copenaghen: l'accordo supera i limiti del Protocollo di Kyoto e ha una dimensione globale” ha dichiarato il ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, commentando i risultati raggiunti a Durban. “Si offre all'Europa, e soprattutto all'Italia, la possibilità di costituire la "piattaforma" per lo sviluppo con le grandi economie emergenti: Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica”. Di “svolta storica” sul clima hanno parlato Commissione e Consiglio europei che, per voce di Connie Hedegaard, commissaria all'Ambiente, hanno sottolineato la strategia vincente dell’Ue. “Kyoto divideva il mondo in due categorie, ora ci sarà un sistema che riflette la realtà di un mondo interdipendente” ha dichiarato Hedegaard. Mentre Marcin Korolec, ministro per l'ambiente della Polonia, paese che detiene la presidenza di turno dell'Unione europea affermava: “Questo è un momento paragonabile, se non anche superiore, a quello del successo del Cop1 nel 1995 quando, con il Mandato di Berlino, si arrivò all'unico accordo legalmente vincolante noto come Protocollo di Kyoto”.
Interessante la posizione di Legambiente, che in una nota ha dichiarato: “A Durban dopo lunghi e difficili negoziati si è riusciti a evitare il fallimento e rinnovare il Protocollo di Kyoto come regime di transizione verso un nuovo accordo globale, che dovrà coinvolgere anche le maggiori economie del pianeta superando l'attuale contrapposizione tra paesi industrializzati e in via di sviluppo”. Secondo Legambiente questo esito non era per nulla scontato, visto l'ostruzionismo di Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Russia e Giappone. “Grazie al ruolo determinante dell'Europa - con il sostegno convinto anche del nostro governo - è stato possibile dare vita a una Coalizione di volonterosi tra paesi industrializzati emergenti e in via di sviluppo in grado di spingere India e Cina ad abbandonare il gioco dei veti contrapposti e costringere gli Stati Uniti ad approvare un mandato a sottoscrivere un accordo globale che abbia il Protocollo di Kyoto come architrave”.