
La 17esima Conferenza Onu decide il destino del Protocollo di Kyoto
La Conferenza delle Parti sul clima convocata a Durban dal 26 novembre al 9 dicembre 2011 ha il compito di tirare le fila di venti anni di negoziati sul clima, cominciati nel 1992 con l'istituzione dell'Unfccc, l'organismo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Nella prima settimana della Conferenza lavorano le delegazioni diplomatiche, in attesa dell'arrivo dei rappresentanti dei Governi che, dopo il 5 dicembre, finalizzeranno in una decisione politica la Dichiarazione finale della conferenza, con le decisioni conclusive sui diversi capitoli negoziali. Il fine ultimo per cui è stato creato l'Unfccc era la stabilizzazione dell'aumento delle temperature a un livello tale da evitare danni per l'uomo, grazie a una riduzione delle emissioni di gas serra da effettuarsi secondo il principio della “responsabilità comune ma differenziata". E' compito di tutti gli Stati - si diceva - partecipare alla lotta contro i cambiamenti climatici, ma allo stesso tempo va tenuto in considerazione che alcuni Stati hanno contribuito di più al problema, semplicemente perché hanno cominciato a inquinare prima, dalla rivoluzione industriale in poi. E le emissioni di gas serra rimangono in atmosfera per decenni - fino a migliaia di anni - a seconda del tipo di gas.
Il Protocollo di Kyoto
Secondo il Protocollo di Kyoto (siglato nel 1997 e in scadenza nel 2012) sono dunque solo i Paesi industrializzati ad assumersi i target di riduzione di Co2, metano e di altri gas climalteranti, in una misura pari al 5% rispetto ai livelli del 1990.
Da Kyoto ad ora, però, lo scenario è profondamente cambiato: le emissioni annuali della Cina sono cresciute a un ritmo esponenziale, tanto da superare quelle degli Stati Uniti (anche se le emissioni pro-capite di un cinese rimangono la metà di quelle di un europeo e un quarto di quelle di uno statunitense); le previsioni dell' Ipcc , l'International Panel on Climate Change di esperti indipendenti che fanno da riferimento scientifico per le politiche delle Nazioni Unite, sono più precise e purtroppo peggiori, ed evidenziano l'urgenza di cambiare rotta; la temperatura globale è già aumentata di quasi un grado centigrado e i cambiamenti climatici hanno già fornito prove evidenti dei loro primi effetti, con ondate di calore e aumento dei fenomeni meteorologici estremi. Si tratta per esempio dei fenomeni che stanno sconvolgendo l'Italia come altri Paesi: mentre il nostro paese è stato oggetto di un'ondata di piogge torrenziali che hanno provocato alluvioni e disastri, la Thailandia ha sperimentato le peggiori piogge monsoniche degli ultimi cinquanta anni e l'Africa orientale sta soffrendo la peggiore siccità dal secolo scorso.
Per evitare danni irreversibili al nostro sistema climatico, secondo l'Ipcc l'aumento medio delle temperature dovrebbe essere mantenuto al massimo entro i due gradi centigradi, obiettivo teoricamente raggiungibile tagliando le emissioni globali del 50% entro il 2050. Il raggiungimento di un nuovo trattato che vada oltre il Protocollo di Kyoto e che possa includere tutti i maggiori Stati del mondo, diventa perciò fondamentale. Eppure le previsioni per Durban non sono scontate: dal summit di Copenhagen 2009 in poi, le trattative sono rallentate, essenzialmente, a causa delle posizioni negoziali di Cina e Stati Uniti. La Cina non ha intenzione di aderire a target vincolanti di riduzione delle emissioni di Co2, ma solo di contribuire all'impegno globale con impegni di carattere volontario, come quello, già messo nel piatto di Copenhagen, di aumentare l'efficienza energetica (l'ammontare di Co2 associato alla produzione) del 45% e di aumentare la copertura forestale. Il Governo Obama, da parte sua, si presenta a Durban senza aver ancora approvato una legge interna sul clima, essendo le attuali priorità dell'amministrazione spostate su esigenze economico-finanziarie.