
La Cina, ancora formalmente un Paese in via di sviluppo, sta assumendo rapidamente un ruolo essenziale per lo sviluppo dell’Africa subsahariana. La sua forte crescita economica e il bisogno di petrolio e di materie prime che essa comporta hanno stimolato il commercio con l’Africa dove queste risorse abbondano e le imprese cinesi investono in tutto il continente. In più, mentre l’Africa aspetta sempre l’aumento degli aiuti promessi dai grandi paesi industrializzati, la Cina ha già aumentato il suo aiuto ai paesi dell’Africa subsahariana e si è recentemente impegnata a aumentarli ancora, obiettivo notevole da parte di un paese che fa ancora parte dei dieci principali beneficiari dell’aiuto pubblico allo sviluppo.
Sul fronte commerciale, le esportazioni dell’Africa subsahariana verso la Cina hanno raggiunto nel 2005 la somma di 19 miliardi di dollari, cioè il 15% delle esportazioni della regione, contro circa 5 miliardi nel 2000 e una cifra insignificante nel 1990. Questa crescita annuale del 30% dal 2000 rappresenta circa un quinto dell’aumento totale delle esportazioni nel periodo.
L’emergere della Cina come importante partner commerciale della regione riguarda principalmente i combustibili e le materie prime. Nel 2005 la Cina ha assorbito un quarto delle esportazioni delle materie prime dell’Africa e un sesto di quelle dei carburanti; parallelamente il 20% delle importazioni cinesi di carburanti proviene da questa regione. Globalmente la Cina è attualmente il primo partner commerciale asiatico dell’Africa subsahariana e il paese verso il quale le sue esportazioni aumentano più rapidamente.
Importazioni e investimenti
Quanto alle importazioni gli acquisti dell’Africa in Cina, quasi unicamente prodotti manifatturieri, hanno fatto un salto anch’essi, passando da 3,5 miliardi nel 2000 a più di 13 miliardi nel 2005, circa il 15% del totale delle imporazioni della regione.
Per quanto riguarda gli investimenti, le società di Stato cinesi formano spesso imprese comuni con società pubbliche africane per garantirsi una fonte di prodotti di base.
In Angola, la società cinese Sinopec ha investito 3,5 miliardi di dollari in un partenariato con Sonangol per sfruttare i pozzi di petrolio offshore recentemente messi all’asta e ha in progetto la costruzione di una raffineria da 3 miliardi di dollari.
In Gabon, il consorzio Cmec/Sinosteel, finanziato dalla Chinese Import-Export Bank, ha investito circa 3 miliardi di dollari nello sfruttamento del ferro; il progetto comporta la costruzione di una linea ferroviaria, di un porto e di una centrale idroelettrica in cambio dei diritti esclusivi di sfruttamento della miniera.
Infine, in Guinea equatoriale, una filiale di China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) ha recentemente firmato un contratto di divisione della produzione con la società petrolifera nazionale della Guinea equatoriale (GePetrol).
La Cina ha fortemente aumentato l'aiuto che fornisce in diverse forme: assistenza tecnica, basata sulla formazione in istituzioni cinesi, doni, prestiti senza interesse, prestiti a condizioni preferenziali che comportano un abbuono d'interesse e riduzioni del debito. Tuttavia, la Cina, che non è membro del Comitato d'aiuto allo sviluppo dell'Ocse, che monitorizza l'aiuto internazionale concordato dai suoi membri, non pubblica ancora in modo sistematico gli importi e le condizioni del suo aiuto. I dati sono dunque frammentari.
L'aiuto della Cina all'Africa è comunque importante: per il 2006, si stima che il totale dei prestiti e delle linee di credito sia stato di circa 19 miliardi di dollari.
I principali beneficiari sono l'Angola, la Guinea equatoriale, il Gabon, la Nigeria e la Repubblica del Congo; le linee di credito concesse all'Angola e alla Guinea equatoriale raggiungono da sole 14 miliardi di dollari circa.
L'aliquota relativa ai doni è bassa, ma la Cina ha recentemente annullato un importo di debito stimato a 260 milioni di dollari per la Repubblica democratica del Congo, l'Etiopia, il Mali, il Senegal, il Togo, il Ruanda, la Guinea e l'Uganda.
L'aiuto consiste soprattutto in finanziamenti a progetti nell'energia, nelle telecomunicazioni e nei trasporti. La forma è generalmente quella di progetti chiave in mano realizzati da società cinesi, che utilizzano soprattutto manodopera cinese. I settori di intervento sono concentrati sulle infrastrutture economiche e sociali, come le strade e gli ospedali, e sul settore produttivo, in particolare l'agricoltura, e su altre costruzioni come gli edifici pubblici. Sono spesso accompagnati da contratti per lo sfruttamento delle risorse minerarie ed energetiche.
Senza condizioni
La Cina si vanta di non porre condizioni politiche al suo aiuto (a parte l’adesione al "principio di una sola Cina") e sottolinea che i partner sono equiparati insistendo sulla cooperazione Sud-Sud.
Il carattere concessivo dei prestiti varia molto. Alcuni grandi prestiti e linee di credito accordati non sono realmente concessivi, anche se sono accompagnati da condizioni più favorevoli di quelle del mercato. Tuttavia, un credito recente di 2 miliardi di dollari alla Guinea equatoriale e molti prestiti più piccoli a paesi africani sono concessivi.
Il grado di liberalità dipende anche da altre condizioni, come l'esigenza che solo le imprese cinesi che utilizzano prodotti cinesi possono offrire (il 70% delle linee di credito in Angola è stato utilizzato sotto questa forma). Inoltre, il rimborso dei prestiti è spesso legato, come in Angola, alla fornitura di petrolio.
Quanto alle riduzioni di debito, la Cina ha lanciato la sua iniziativa, le cui condizioni non convengono inevitabilmente con quelle dell'iniziativa a favore dei paesi poveri molto indebitati (Ppte) rafforzata, che è multilaterale.
La Cina prevede aumenti sostanziali del suo aiuto all'Africa. In occasione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa, che si è tenuto a Pechino nel novembre 2006, il Presidente hu Jintao ha annunciato che la Cina avrebbe raddoppiato entro il 2009 il suo aiuto del 2006. Ha dichiarato anche che la Cina avrebbe offerto 5 miliardi di dollari in crediti preferenziali (di cui 2 miliardi sarebbero consistiti in credito all’acquisto), avrebbe creato un fondo di sviluppo Cina-Africa dotato di 5 miliardi di dollari per incoraggiare e sostenere gli investimenti delle società cinesi in Africa, e annullare tutti i prestiti pubblici senza interessi da rimborsare alla fine del 2005 per i paesi più poveri e meno progrediti che hanno relazioni diplomatiche con la Cina.
Inoltre, la Cina incoraggerà gli scambi commerciali di questi paesi portando da 190 a più di 440 il numero dei loro articoli d'esportazione che godono di dazi nulli.
Creerà da tre e cinque zone di cooperazione commerciale ed economica in Africa, fornirà assistenza nei settori sociali e medici e costruirà un centro di conferenze per l'Unione africana.
Durante il vertice, sono stati conclusi contratti commerciali per un valore di 1,9 miliardi di dollari, e la Cina intende moltiplicare con più del 100% gli scambi bilaterali per portarli a 100 miliardi di dollari entro il 2010.
Le reazioni dei Paesi africani
Come reagiscono i paesi africani dinanzi a queste elargizioni?
Il continente ha certamente bisogno di risorse supplementari per progredire più rapidamente verso gli obiettivi del millennio e aumentare il suo tenore di vita.
L'aumento del commercio e dell'investimento diretto potrebbe creare possibilità d'occupazione e facilitare i trasferimenti di tecnologia. Tuttavia, per trarre il migliore vantaggio dalle possibilità offerte dalla Cina, i paesi africani devono anche rafforzare la loro politica in materia di commercio e d'utilizzo dell'aiuto. I paesi africani devono accelerare la liberalizzazione degli scambi incoraggiando il commercio e la divisione del lavoro all'interno della regione.
Ciò permetterebbe loro di conservare costi poco elevati e una forte competitività, e di approfittare interamente dell'accesso al mare. Il miglioramento dell'infrastruttura regionale e delle formalità alle frontiere faciliterebbe anche gli scambi.
Proponendo prodotti a più forte valore che le sue esportazioni tradizionali, fondate sull'agricoltura e le materie prime, l'Africa aumenterebbe il valore delle sue esportazioni ed approfitterebbe meglio del loro accesso preferenziale ai mercati dell'Unione europea e degli Stati Uniti.
Così, i paesi africani beneficerebbero della cooperazione con i loro partner cinesi per superare gli ostacoli all'entrata, come le norme tecniche ed i criteri di qualità, dato che i cinesi hanno l'esperienza della penetrazione dei mercati occidentali.
Le possibilità di concludere partenariati con imprese cinesi sono importanti.
Tuttavia, questi paesi dovranno offrire pari condizioni a tutti gli investitori stranieri per trarre il migliore vantaggio dai loro contributi.
Una cooperazione trasparente
Non sarebbe inutile che la Cina rivelasse il suo aiuto in modo trasparente agli altri donatori e partner dello sviluppo, in particolare a coloro che sono presenti sul posto.
Per preservare la validità di bilancio ed esterna, l'importo e le condizioni dei prestiti devono essere compatibili con il quadro di validità del debito dei paesi a debole reddito istituito dal Fmi e dalla Banca Mondiale. L'aiuto deve anche essere allineato alle priorità nazionali dei paesi beneficiari, così come sono formulate nella loro strategia di riduzione della povertà. A medio termine, per beneficiare al massimo dei progetti cinesi, i paesi africani subsahariani devono cercare di formare più lavoratori competenti, cosa che svilupperà l'occupazione, e di adottare forme di cooperazione come le imprese comuni che facilitano i trasferimenti di tecnologia e migliorano la validità dei progetti.
(Estratto da un articolo di Ulrich Jacoby (Fmi))
Lo studio della Banca Mondiale “La via della seta in Africa: nuovo orizzonte economico per la Cina e l’India” analizza il notevole incremento delle attività commerciali e degli investimenti in Africa delle due potenze asiatiche emergenti. Un aumento degli scambi che può presentare prospettive enormi di crescita e di creazione di posti di lavoro nei paesi africani, a condizione che si modifichino le forti asimmetrie che presentano le relazioni tra l'Asia e l'Africa.
Lo studio raccomanda una serie di riforme in materia di scambi e di investimenti, riforme che sono necessarie per stringere ancor più i legami Sud-Sud e per regolare gli squilibri che sono suscettibili di impedire alle economie africane di trarre vantaggio dall'incidenza crescente della Cina e dell'India nell'economia mondiale.
Secondo i nuovi elementi d'informazione che riguardano l'attività delle imprese cinesi e indiane in Africa, l'Asia riceve oggi 27% delle esportazioni africane (tre volte tanto rispetto al 1990), una quota che è quasi equivalente al livello delle
esportazioni dell'Africa verso i suoi due partner commerciali tradizionali che sono gli Stati Uniti e l'Unione europea. Parallelamente, le esportazioni asiatiche verso l'Africa aumentano del 18% all'anno - un tasso di incremento certamente notevole.
I flussi d'investimento diretto estero della Cina e dell'India verso l'Africa sono invece più modesti dei flussi commerciali, ma lo studio segnala che sono anch’essi in rapido incremento.
Gli scambi con Cina e India
I nuovi sbocchi economici che si aprono così non si limitano agli scambi ed agli investimenti nelle risorse naturali. Gli scambi con la Cina e l'India danno all'Africa subsahariana la prospettiva di affermarsi sia come regione di trasformazione
dei prodotti di base e come fornitore competitivo di beni e di servizi a forte intensità di manodopera per le imprese ed i consumatori di questi due paesi.Un tipo di relazione economica cioò radicalmente diversa il continente ha stabilito da lungo
tempo con i paesi del Nord. A ciò si aggiunge il fatto che un numero crescente di imprese cinesi ed indiane che operano in Africa sono soggetti economici di livello planetario, che utilizzano quanto di meglio ci sia in campo tecnologico e i cui prodotti e servizi rispondono alle norme più rigorose, fatto suscettibile di favorire l'integrazione delle ditte africane nei mercati di punta.
Detto ciò, i legami commerciali in evoluzione tra i due continenti presentano uno squilibrio principale. Le esportazioni africane verso l'Asia rappresentano infatti soltanto l'1,6% di ciò che i paesi asiatici comperano nel resto del mondo, e gli
acquisti della Cina e dell'India in Africa costituiscono soltanto il 13% delle esportazioni globali di questo continente. D'altra parte, l'Africa rappresenta soltanto l'1,8% dei contributi d'investimento diretto estero effettuati mondialmente, contro il 20% per l'Asia dell'Est.
Riforme raccomandate
Le riforme che lo studio raccomanda per tutti i paesi interessati sono di quattro tipi:
1. Riforme "alle frontiere", che consistono ad esempio per la Cina e l'India nell’ eliminare i diritti progressivi applicati sui principali prodotti d'esportazione africani, e per i paesi africani eliminare i dazi che vengono applicati ad alcuni fattori di produzione e che riducono così la competitività dei loro prodotti.
2. Riforme "al di qua delle frontiere" per i paesi africani, per liberare le forze concorrenziali dei loro mercati e rafforzare le loro istituzioni di base.
3. Miglioramenti "tra le frontiere", cioè delle infrastrutture ed istituzioni di facilitazione degli scambi, per ridurre sia i costi di transazione che quelli dell'amministrazione doganale, dal trasporto alle comunicazioni.
4. Riforme che consistono nel trarre vantaggio dai legami tra investimenti e scambi per permettere così alle imprese africane di partecipare alle moderne reti planetarie di divisione della produzione. (La via della Seta in Africa)