
Il vertice euro-africano che si è tenuto a Lisbona a dicembre, a sette anni dal primo vertice del Cairo, aveva come obiettivo da parte della Ue di ricucire i rapporti politici e economici, troppo a lungo ignorati, anche alla luce dei grandi mutamenti che sono nel frattempo intervenuti nel panorama commerciale internazionale, soprattutto per l’irrompere sulla scena della Cina.
L’Europa sulla scia dello slogan “Non più una politica per l’Africa ma una politica con l’Africa” sembra decisa a smettere i panni del donatore per inseguire un rapporto di partnership da pari a pari. Un obiettivo non facile viste le tensioni che si sono create con alcuni paesi africani per la firma dei nuovi patti commerciali (Epa) imposti dal Wto, che ha dichiarato illegali i vecchi accordi preferenziali scaturiti dagli accordi di Cotonou.
La linea ufficiale europea è quella dell’accettazione della concorrenza dei paesi asiatici e degli Stati Uniti, perché, si dice a Bruxelles, la concorrenza fa bene a tutti ma in particolare all’Africa. In realtà la concorrenza cinese ha spiazzato e preso alla sprovvista l’Europa perché nega alla base tutta la politica europea della buona governance, delle finanze pubbliche sane, della democrazia e dei diritti umani.
Con 17 miliardi di euro di aiuti allo sviluppo, che dovrebbero diventare 29 nel 2010, l’Europa eroga oltre il quadruplo degli Stati Uniti (3,5), tredici volte di quanto dà il Giappone (1,3), quasi venti volte più dei 900 milioni della Cina. Nel commercio è il primo partner con il 32% e un deficit di 35 miliardi di euro, seguono gli Stati Uniti con il 29% e la Cina con il 27%. Per quanto riguarda gli investimenti diretti nel 2005 l’Ue a 15 ha totalizzato 17 miliardi contro i poco meno di 2 miliardi di Usa e i 17 milioni del Giappone.
I dati che riguardano la Cina sono scarsi o assenti ma è certo che distribuisce pochi doni e molti prestiti nella opacità più completa. Ma i soldi arrivano subito, senza lentezze burocratiche e soprattutto senza fare domande e prediche.
Tutto il contrario di quello che finora ha fatto l’Europa, la quale, peraltro, si muove divisa, in concorrenza con i propri Stati membri, con il risultato che soldi ne mette tanti, anche troppi, anche se poi si rivelano spesso investimenti inutili o addirittura controproducenti.
Peraltro il modus operandi della Cina sui mercati internazionali riflette un universo concettuale e culturale che dagli occidentali può essere definito, con una qualche semplificazione, pragmatico e spregiudicato.
Per capire meglio la differenza bisogna tenere presente che mentre la filosofia occidentale si sforza di adattare la realtà all’ideale, al modello concettuale, per la cultura cinese quel modello non esiste. La realtà è il prodotto delle circostanze e, come tale, in continua mutazione. Ne deriva che nella cultura cinese niente è permanente. Trasposto ciò nell’ambito commerciale, laddove per un occidentale un contratto è un contratto, per un cinese è solo un momento di un processo, i cui elementi sono concomitanti per puro caso.