
Intervista a Stefano Manservisi
Stefano Manservisi è Direttore generale allo sviluppo e alle relazioni per i paesi Acp della Commissione Europea.
In questi anni di negoziato, gli Epa hanno sollevato spesso molte critiche, sia da parte delle società civili africane ed europee che da parte degli stessi paesi Acp. Qual è la posizione e la risposta della Commissione a riguardo?
La società civile ha il sacrosanto diritto di formulare critiche. La Commissione conduce un dialogo regolare con le società civili europea ed africana e, come negoziatrice degli Epa, tiene conto delle critiche costruttive che le vengono rivolte. Ciò detto, occorre ricordare che gli Epa non cadono dal cielo: in quanto previsti dall’accordo di Cotonou, essi costituiscono un obiettivo comune dell’Ue e dei paesi Acp. Del resto, nessuno dei nostri partner Acp ha rimesso in discussione la prospettiva degli Epa, la cui ambizione è rinnovare i rapporti commerciali tra l’Ue e gli Acp fondandoli d’ora in poi su un vero partenariato, su impegni bilaterali conformi alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), sullo sviluppo economico e sul rafforzamento dell’integrazione regionale.
Dal punto di vista della Commissione, gli Epa non solo non recheranno danno alle economie dei paesi Acp, ma porteranno dei vantaggi. Quali?
L’obiettivo centrale degli Epa è permettere ai paesi Acp di beneficiare del migliore regime commerciale possibile e di trarne il massimo profitto per il loro sviluppo economico. Per questo motivo, nel quadro degli Epa l’Ue propone di aprire completamente ed immediatamente il suo mercato ai prodotti degli Acp e di ammorbidire le norme in materia di origine. Ma aprire possibilità virtuali non basta: occorre aiutare i nostri partner Acp ad approfittare effettivamente delle opportunità che offriamo loro. È questo il senso della strategia europea di aiuto al commercio adottata nell’ottobre 2007. La Comunità ed i suoi Stati membri si impegnano ad assistere gli Acp in tutti i settori legati al commercio: politica commerciale, capacità produttive, infrastrutture, adeguamento industriale e fiscale. Infine, gli Epa rientrano in un quadro regionale. Sono un elemento cruciale in termini economici e politici: si tratta di sostenere gli sforzi d’integrazione regionale favorendo in particolare l’emergere di norme regionali di governance economica ed il commercio regionale.
L’Unione Europea è stata spesso accusata di voler cercare di spaccare i vari fronti regionali negoziando direttamente con i singoli paesi. È così?
Il nostro obiettivo, che è anche quello dei nostri partner Acp, resta chiarissimo: vogliamo degli Epa regionali che favoriscano lo sviluppo economico e l’integrazione regionale. Purtroppo, i negoziati sono avanzati meno rapidamente di quanto previsto, mentre il regime commerciale di Cotonou (così come l’esenzione che lo copre all’Omc) scadrà alla fine di questo mese. L’accesso al mercato dei paesi meno sviluppati (Pms), senza dazi doganali né quote, sarà mantenuto nel quadro del “tutto eccetto le armi”, ma i Pms che non avranno firmato degli Epa entro la fine dell’anno passeranno al sistema delle preferenze generalizzate, che è nettamente meno vantaggioso per loro. È per evitare questa cesura dei flussi commerciali, e le relative conseguenze economiche, che la Commissione ha proposto ai paesi interessati di negoziare accordi transitori conformi ai nostri rispettivi obblighi nei confronti dell’Omc. Si intende che, sulla base di questi accordi transitori, prolungheremo i negoziati l’anno prossimo al fine di pervenire ad un accordo che comprenda tutti i paesi di ciascuna regione e tutti gli aspetti oggetto di negoziato, che vanno ben oltre il solo commercio dei beni.
Come si confronta la Commissione con il fatto che alcune regioni hanno già accettato di firmare, o hanno annunciato che lo faranno, mentre altre continuano a rispondere con un secco no alle richieste della UE?
Conduciamo i negoziati Epa con regioni che hanno le loro specificità, i loro interessi e le loro difficoltà proprie. È dunque del tutto normale che le regioni procedano ciascuna al suo ritmo. Di recente abbiamo registrato progressi notevoli in un certo numero di regioni: basti pensare alla Comunità degli Stati dell’Africa orientale, i cui cinque membri hanno siglato un accordo che garantisce loro l’accesso al mercato europeo senza dazi né quote a partire dal 1° gennaio 2008. Altre regioni che erano già a buon punto, come l’Africa centrale o l’Africa occidentale, si rendono oggi conto del fatto che non potranno raggiungere un accordo regionale entro i termini, cioè prima della fine del mese. Ma ci tengo a sottolineare che tutte le regioni restano impegnate in un processo che, in definitiva, sfocerà in un accordo regionale.
In questi anni agli Epa sono state date diverse interpretazioni quanto alla gradualità di apertura dei mercati dei paesi Acp. Da un lato quindi si è guardato agli Epa come a uno strumento per smantellare i trattati di Lomé e Cotonou aprendo subito e in modo totale i mercati sia dei beni che dei servizi dei paesi Acp, dall’altro come a uno strumento da usare con gradualità, mantenendo quindi dei gradi di protezione su determinati beni e/o servizi per un certo periodo di tempo. Qual è l’interpretazione che in questi giorni, ormai a ridosso del termine del 31 dicembre 2007, ha il sopravvento?
L’interpretazione della Commissione è chiarissima: in questo negoziato non abbiamo interessi offensivi e ovviamente non si tratta di aprire brutalmente i mercati dei paesi Acp. Benché siano talvolta presentati in questi termini, gli Epa non saranno affatto un “big bang”! L’obiettivo è quello di concludere accordi conformi alle norme dell’Omc, cosa che garantirà la certezza del diritto agli Acp e agli operatori economici. Ma l’Ue ha sempre detto che, pur restando nel quadro dell’Omc, offrirà il massimo di asimmetria e di flessibilità. Per quanto riguarda l’asimmetria, la situazione è chiara: l’Ue apre immediatamente e completamente il suo mercato, mentre gli Acp potranno continuare a proteggere i loro prodotti più sensibili, escludendoli da qualsiasi impegno di liberalizzazione. Quanto alla flessibilità, accettiamo che i prodotti liberalizzati lo siano per dei periodi la cui durata potrà arrivare a 15 anni. Infine, per quanto riguarda i servizi, non c’è un obbligo Omc e l’Ue offrirà una certa reciprocità alle regioni che vorranno assumere impegni in questo settore. Aprire questo settore, in particolare i servizi per le imprese, comporta innegabili vantaggi per lo sviluppo. Ma spetta alle regioni scegliere. E resta inteso che l’Ue non chiede affatto l’apertura dei servizi di base alla popolazione, quali l’istruzione o la salute.
(Intervista di Irene Panozzo, Lettera 22)