
Gli avvisi della Banca Mondiale, dei paesi occidentali e di analisti e attivisti non sembrano aver trovato molto ascolto tra i governi africani. Perché nella sua penetrazione continentale la Cina ha un asso nella manica: non solo Pechino fa investimenti milionari e presta cifre astronomiche senza fare molte storie, ma non pone nemmeno nessun tipo di condizioni politiche. L’unica vera richiesta che Pechino fa ai suoi partners è quella di adeguarsi alla one China’s policy, il principio di “un’unica Cina”, tagliando quindi eventuali rapporti con Taiwan. Una strategia vincente e che viene ribadita anche dall’enfasi che la Cina pone a ogni buona occasione sul mutuo rispetto dei confini territoriali, della non aggressione e (soprattutto) della non interferenza negli affari interni dei singoli paesi. Il che significa nessuna richiesta di rispetto delle regole democratiche e di governance, né di rispetto dei diritti umani, di quelli del lavoro o dell’ambiente.
Questa trasparente spregiudicatezza nello scegliersi i partner africani con cui fare affari ha permesso alla Cina di approfittare inizialmente dei vuoti lasciati da altri. È stato il caso del Sudan, il paese più grande dell’Africa, che a partire dalla metà degli anni Novanta Pechino ha utilizzato quasi come banco di prova della sua nuova strategia africana. In quegli anni il Sudan si trovava in una non invidiabile situazione dal punto di vista delle relazioni internazionali. Il governo islamista arrivato al potere con un colpo di stato militare il 30 giugno 1989 aveva ben presto aperto le porte del suo immenso territorio a una serie di gruppi terroristici, islamici e non, che avevano così trovato rifugio e ampi spazi da utilizzare per campi di addestramento nelle regioni centro-settentrionali del Sudan. Il Sudan si ritrovò velocemente nella lista Usa degli Stati sponsor del terrorismo internazionale.
Il progressivo isolamento internazionale di Khartoum si tradusse presto anche in vere e proprie sanzioni, imposte sia unilateralmente da Washington sia dall’Onu. Ma mentre quelle del principale consesso mondiale, che si limitavano a vietare i voli della compagnia aerea di bandiera Sudan Airways, non sono mai state completamente applicate, quelle decise dal governo Usa del presidente Bush senior non solo furono messe seriamente in atto, ma furono anche ulteriormente rinforzate durante il primo mandato del presidente Clinton (1996-2000). Gli scambi commerciali tra Sudan e Stati Uniti furono bloccati e gli investimenti americani nel paese vietati. Il nascente settore petrolifero sudanese non venne escluso da questo embargo: le società petrolifere americane, anche quelle che già avevano ottenuto concessioni per la prospezione e lo sfruttamento del petrolio del Sud ma che avevano temporaneamente lasciato il paese per l’imperversare della guerra civile, furono costrette a tenersi lontane.
Il petrolio
In assenza dei concorrenti statunitensi, sono state altre società petrolifere a farsi avanti e a occupare lo spazio lasciato vuoto dalle sanzioni Usa. Tra queste anche la China national petroleum company (Cnpc), una delle più grosse (e delle più attive sui mercati esteri) compagnie petrolifere di stato cinesi. Nella seconda metà degli anni Novanta, quindi, la Cina entra nel business petrolifero sudanese. E lo fa di prepotenza, assicurandosi nel 1997 la quota di maggioranza (40%) nel neonato Greater Nile petroleum operating company (Gnpoc), un consorzio tra varie società petrolifere (ne fanno attualmente parte anche la Petronas malese al 30%, l’indiana Ongc Videsh ltd. al 25% e la compagnia di stato sudanese Sudapet al 5%) che possiede sia le concessioni per lo sfruttamento dei blocchi 1, 2 e 4 sia la proprietà dell’oleodotto di 1540 km che porta il greggio dai campi del Sud a Port Sudan, sul Mar Rosso, permettendone così la vendita. È stato soltanto con la costruzione di questo oleodotto, conclusa nel 1999 e dovuta principalmente a società cinesi, che il Sudan ha potuto diventare un produttore di petrolio, vent’anni dopo aver scoperto la presenza di oro nero nel suo sottosuolo.
Senza la Cina, quindi, il Sudan non sarebbe diventato un paese produttore di petrolio. E non è un’affermazione da poco, visto che tutto il lavoro iniziale svolto dal Gnpoc sia nei campi sia per la costruzione della pipeline è stato portato avanti in piena guerra. Una volta iniziata l’esportazione dell’oro nero, inoltre, il governo del Sudan ha avuto ingenti somme a disposizione, che secondo i gruppi di pressione per la tutela dei diritti umani sono state ampiamente usate per comprare armamenti e continuare così la guerra nel Sud. Nel caso della Cina, sembra ormai dimostrato, non è stato neanche necessario tirare fuori il denaro: il governo cinese pagava il petrolio direttamente in armi. Mentre le altre compagnie all’epoca impegnate nell’avventura petrolifera sudanese si sono dovute ritirare a causa della pressione della mobilitazione delle opinioni pubbliche europee e nordamericane, la Cnpc non ha mai dovuto rendere conto del proprio operato a nessuna opinione pubblica, continuando così liberamente il proprio business in riva al Nilo.
La guerra del Darfur
Il rapporto tra Cina e Sudan, diventato in questi dieci anni uno dei principali destinatari degli investimenti esteri cinesi e uno dei paesi africani con cui Pechino ha più scambi commerciali, non è stato innovativo solo sotto l’aspetto economico. In seconda battuta è arrivato anche quello politico-diplomatico, che però si è presto trasformato anch’esso in un esempio che può essere replicato altrove. L’occasione per il salto di livello l’ha fornita lo scoppio nel febbraio 2003 della guerra in Darfur, la regione occidentale del Sudan, e la sua continua escalation nei mesi successivi. Quando nell’estate 2004 il Congresso e l’allora Segretario di Stato Colin Powell hanno definito la crisi “un genocidio” e l’amministrazione Bush ha iniziato a premere sul Consiglio di Sicurezza affinché sanzioni economiche contro il Sudan fossero adottate per indurre Khartoum a più miti consigli, Pechino ha fatto muro. Si era parlato di un embargo sul settore petrolifero, su quello degli armamenti e di misure finanziarie mirate contro i principali esponenti del governo. L’adozione di qualsiasi sanzione, anche la più leggera, è stata però bloccata dalla minaccia di veto della Cina, pronta a difendere a spada tratta quello che al momento era ancora il suo principale fornitore di greggio in Africa.
L’esempio sudanese è spesso utilizzato dai critici dell’approccio cinese all’Africa a dimostrazione dei pericoli insiti nella sua capillare penetrazione continentale. Che il governo di Khartoum abbia tratto sicuri vantaggi, in termini sia economici che di potere, dall’alleanza con Pechino è fuor di dubbio. Ma la Cina non fa affari solo con il Sudan, fa affari anche con tutti i paesi confinanti, con cui Khartoum ha avuto o ha tuttora delle tensioni. E questo potrebbe permettere, se lo volesse, al governo cinese di avere un ruolo di paciere nelle crisi regionali.
(Irene Panozzo, su www.mwinda.it)