
La capillare presenza cinese nel continente africano è ormai un dato di fatto. Una politica di partnership innanzitutto economica, finita sotto i riflettori solo recentemente. Con molte zone d’ombra e perplessità soprattutto da parte degli osservatori esterni, che temono per una nuova “trappola del debito”. Intanto però le economie africane crescono, anche grazie all’arrivo dei cinesi.
Pechino considera i paesi africani, le loro ricchezze e gli spazi che le loro economie offrono come una priorità per gli interessi cinesi. Ed è disposta a investire, a prestare, a condonare e a intervenire di persona in Africa come forse nessun altro paese è pronto a fare in questo momento. Non c’è settore produttivo o paese africano che sfugga all’attenzione cinese, fatta eccezione per quegli Stati che non riconoscono la Cina popolare e che ancora intrattengono relazioni bilaterali solo con Taiwan. Ma sono rimasti solo cinque (Gambia, Sao Tomé e Principe, Swaziland, Burkina Faso e Malawi) su cinquantaquattro, una percentuale minima. Tutti gli altri, da nord a sud e da est a ovest, sono per un motivo o per l’altro partner della Cina, la cui economia in continua crescita ha bisogno delle immense ricchezze naturali africane, a iniziare dalle fonti energetiche, per nutrirsi e di un immenso bacino commerciale su cui riversare i suoi manufatti.
Petrolio da Angola, Sudan e Nigeria, cotone da Benin, Togo, Mali e Camerun, legname da Guinea Equatoriale, Gabon e Liberia, cobalto dalla Repubblica democratica del Congo, platino, oro e diamanti da Zimbabwe e Sudafrica, uranio dal Niger: sono questi alcuni dei prodotti che dall’Africa partono in direzione dell’Impero di Mezzo. In cambio il continente riceve un flusso in continuo aumento di manufatti cinesi, che hanno ormai invaso i mercati e le case di molte parti del continente, e grandi investimenti in infrastrutture, dalle dighe e gli impianti idroelettrici alla realizzazione di oleodotti strade e ferrovie, dalle telecomunicazioni alla costruzione di stadi e palazzi statali.
2006, l’anno della Cina in Africa
È stato nel 2006 che la capillare penetrazione cinese in Africa è finita sotto i riflettori del mondo, in gran parte per volontà della stessa Pechino. A metà gennaio di quell’anno, mentre il ministro degli esteri Li Zhaoxing era in viaggio in Africa, il governo cinese ha pubblicato un documento programmatico ufficiale in cui ha reso nota “la politica della Cina in Africa”. Passa qualche mese e a inizio novembre 2006 Pechino ospita in pompa magna il vertice Cina-Africa, che porta nella capitale cinese 48 tra capi di Stato e di governo di tutti i paesi che hanno rapporti con Pechino. E anche i rappresentati di coloro che ancora riconoscono Taiwan, ma che vengono invitati al summit in qualità di osservatori. Un “coming out” vero e proprio, guidato accuratamente, anche per quel che riguarda l’impatto mediatico, dal governo cinese.
Il documento conclusivo del vertice richiama nel prologo i rapporti “tradizionalmente amichevoli” tra Cina e Africa, sottolineando come tutti i paesi, sia da una parte che dall’altra, siano da catalogare come paesi in via di sviluppo. Agli occhi di Pechino, i temi della cooperazione Sud-Sud sono ancora attuali, quantomeno per un uso meramente propagandistico e strumentale. Il panorama internazionale, però, non è più lo stesso degli anni Sessanta e Settanta. E anche la natura dei rapporti tra Pechino e il continente africano è cambiata radicalmente. Non sono più l’ideologia, la solidarietà con governi e partiti comunisti o socialisti considerati amici o le scelte di politica economica a determinare il destino delle relazioni tra Cina e Africa. Da un decennio circa la parola è stata lasciata alle monete sonanti con cui le concessioni petrolifere vengono pagate, a quelle degli ingenti investimenti cinesi nelle infrastrutture di molti paesi africani o a quelle che costituiscono i prestiti a tassi quasi inesistenti per paesi così indebitati da far difficoltà a ricevere finanziamenti dalle istituzioni internazionali o dai paesi donatori riuniti nel club di Parigi.
Il summit di Pechino
Che si tratti di una partnership innanzitutto economica è chiaro già dalla lettura del documento del gennaio 2006. Ma è stato al summit di Pechino che la strategia cinese ha ottenuto la sua consacrazione. Mentre l’Europa continuava a rimandare il summit Ue-Africa, previsto per il 2003 e effettivamente svolto solo lo scorso dicembre a Lisbona, e i propositi dei paesi del G8, rilanciati a Gleneagles nel luglio 2005, si insabbiavano tra pasticciati intrecci tra aiuti e cancellazione del debito, il presidente Hu Jintao ha approfittato dell’occasione del terzo vertice del Forum per la cooperazione tra la Cina e l’Africa (Focac, organismo creato nel 2000 e da allora impegnato a promuovere le relazioni economiche, politiche e culturali tra l’Impero di mezzo e il continente africano) per offrire un “pacchetto” di grande interesse per i paesi africani.
Cinque le mosse previste, da realizzare entro il prossimo vertice sino-africano, previsto per il novembre 2009 al Cairo: raddoppiare gli aiuti dati all’Africa nel 2006; offrire 3 miliardi di dollari in prestiti preferenziali e altri 2 miliardi in crediti all’esportazione; creare un fondo di sviluppo Cina-Africa di 5 miliardi di dollari per incoraggiare le compagnie cinesi a investire in Africa; cancellare il debito dei paesi altamente indebitati e/o meno sviluppati; portare a 440, dalle 190 attuali decise nel precedente summit di Addis Abeba del 2003, le merci africane che possono entrare in Cina senza dazi; creare dalle tre alle cinque “zone di cooperazione commerciale ed economica” in Africa; e addestrare 15mila professionisti africani nei settori agricolo, culturale e medico, con una particolare attenzione alla lotta alla malaria.
Il vertice di Pechino ha attirato molta attenzione a livello internazionale. Non solo da parte dei governi e delle opinioni pubbliche africane, ma anche in Europa e Stati Uniti, finora meno attenti all’avanzata della Cina nel continente africano. Di punto in bianco, il mondo si è reso conto che gli equilibri geoeconomici e geopolitici in Africa erano cambiati. E da più parti hanno iniziato a suonare insistenti campanelli d’allarme, sia per l’erosione alla presenza europea e statunitense che l’agguerrita strategia di Pechino ha comportato, sia per i possibili effetti dell’invasione cinese.
Nonostante tutte le critiche mosse da più parti dalla vigilia del summit di Pechino in poi, nei quattordici mesi passati dal summit a oggi la Cina ha continuato a intessere relazioni, siglare accordi, promettere prestiti e fare investimenti in Africa. I soldi cinesi stanno trasformando il paesaggio di molte capitali africane, in un makeup che rispecchia anche all’esterno un cambiamento radicato nel tessuto economico. Ma anche fuori dalle capitali i cambiamenti sono visibili: sono cinesi i capitali e l’engeneering delle ferrovie costruite in Angola, Nigeria e Botswana o delle strade e dei ponti eretti in Ruanda, come anche dell’autostrada in Etiopia e di buona parte della rete dei trasporti dello Zimbabwe. La buona tecnologia a prezzi contenuti che la Cina offre nei suoi prodotti ha anche significato per molti paesi poter saltare alla telefonia cellulare senza passare dalla rete telefonica tradizionale, ancora largamente insufficiente anche in molte capitali africane. Non solo. A metà maggio scorso la Banca africana per lo sviluppo ha scelto per la sua assemblea annuale la città di Shangai. Quasi in contemporanea, il 14 maggio, la Cina lancia un satellite che coprirà le telecomunicazioni della Nigeria. È la prima volta, fa notare l’agenzia di stampa cinese Xinhua, che un acquirente estero compra sia un satellite cinese sia il servizio di lancio in orbita. L’appalto era stato vinto da Pechino nel 2004, sconfiggendo altre 21 offerte per un contratto da 311 milioni di dollari.
Passa qualche mese e a settembre una notizia fa tremare i polsi delle istituzioni finanziarie internazionali e dei paesi che fanno parte del Club di Parigi: la Cina ha sottoscritto il suo più ingente contratto in Africa concedendo al governo della Repubblica democratica del Congo un prestito di 5 miliardi di dollari da utilizzare per infrastrutture, miniere, agricoltura e bioenergia. E a fine ottobre un’altra notizia-bomba: la più grande banca sudafricana, la Standard Bank, l’istituto di credito con maggiori disponibilità di tutta l’Africa, ha annunciato che venderà il 20% delle sue azioni, pari a 5,6 milioni di dollari, alla più grande banca cinese, l’Industrial and Commercial Bank. Secondo il comunicato della Standard Bank, l’accordo metterà le due banche “all’incrocio delle interazioni economiche tra la Cina e il continente africano”. Una facile previsione, tanto più che la Standard Bank ha una presenza continentale, con partecipazione in diciotto paesi diversi.
Bastano questi pochi accenni a intuire l’ampiezza degli interessi cinesi in Africa. Tenere il conto di tutte le attività dell’Impero di Mezzo nel continente è però quasi impossibile, visto lo scarso amore per la trasparenza che c’è sia a Pechino che nei vari palazzi del potere africani. Stando alle stime attuali, circa 750 diverse compagnie cinesi operano in una cinquantina di paesi africani. Gran parte della crescita economica dell’Africa, che nel 2006 è stata del 5,5%, sarebbe da attribuire proprio alle loro attività che coprono quasi tutto il continente. Che si tratti o no di una nuova forma di colonialismo, la presenza cinese almeno un merito finora l’ha avuto: ha fatto riaccendere i riflettori sull’Africa, sul suo sviluppo economico e sul suo peso politico, dopo anni di oblio. Sta ora agli altri, governi africani ed Europa in testa, trovare i mezzi giusti per contrastare gli effetti negativi di questa corsa cinese all’Africa.
(Irene Panozzo, su www.mwinda.it)
Il caso del Sudan, il paese più grande dell’Africa, che a partire dalla metà degli anni Novanta Pechino ha utilizzato quasi come banco di prova della sua nuova strategia africana. L’esempio sudanese è spesso utilizzato dai critici dell’approccio cinese all’Africa a dimostrazione dei pericoli insiti nella sua capillare penetrazione continentale. Che il governo di Khartoum abbia tratto sicuri vantaggi, in termini sia economici che di potere, dall’alleanza con Pechino è fuor di dubbio. Ma la Cina non fa affari solo con il Sudan, fa affari anche con tutti i paesi confinanti, con cui Khartoum ha avuto o ha tuttora delle tensioni. E questo potrebbe permettere, se lo volesse, al governo cinese di avere un ruolo di paciere nelle crisi regionali. (continua)
C’è un settore nel quale la capillare penetrazione cinese in Africa ha fatto sicuri danni. Dalla fine dell’accordo multifibre, che proteggeva non solo le produzioni europee ma anche quelle africane, il settore tessile del continente ha subito l’attacco frontale dei prodotti cinesi. Con la liberalizzazione delle importazioni, più di 250mila posti di lavoro africani sono spariti. La strage di posti di lavoro ha fatto alzare il livello di allerta dei governi africani. Dall’Africa australe (Lesotho, Malawi, Namibia, Sudafrica, Swaziland e Zambia) a quella occidentale (Ghana e Nigeria), da quella orientale (Kenya e Tanzania) alle isole dell’Oceano Indiano (Madagascar e Mauritius), la lista dei paesi colpiti è lunga. (continua)