
Jean Ziegler, relatore speciale Onu per il diritto all’alimentazione, sul portale senegalese ‘Sud online’ sostiene che gli Epa, rompendo i precedenti accordi di Cotonou in cui era contemplata l’asimmetria tra i due blocchi e autorizzata la gestione di tasse sulle importazioni agricole dal Nord, non permetteranno più tale elasticità e “impoveriranno drammaticamente” i paesi del Sud, mettendo in concorrenza diretta produttori che non possono competere. “Gli europei stanno praticando dumping agricolo in Senegal e altrove. L’anno scorso i paesi industrializzati hanno sovvenzionato con 349 miliardi di dollari esportazione e produzione dei loro contadini”. Risultato, sui mercati africani “si trovano frutta e verdura francesi, spagnole e italiane a metà o a un terzo del prezzo dei produttori locali. A pochi chilometri, il contadino wolof lavora 15 ore al giorno senza la minima possibilità di guadagnare uno stipendio decente” dice Ziegler, ricordando che la base dell’economia di sussistenza per 37 su 53 paesi africani viene dall’agricoltura.
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Presidente onorario di Roppa, la rete delle organizzazioni contadine e dei produttori agricoli dell'Africa occidentale.
Perché siete contro gli Epa?
Noi non siamo per principio contro gli accordi di partenariato. Diciamo solo che gli Epa non tengono conto degli insegnamenti passati. Quello che l'Europa ci vuole proporre non è altro che una riedizione della privatizzazione a tappe forzate e della liberalizzazione selvaggia che abbiamo subito con gli «aggiustamenti strutturali» imposti negli anni '80 dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, con i risultati che tutti conoscono. Allora queste politiche non furono sostenute dalle necessarie riforme e misure di accompagnamento. Ora, con gli Epa si vuole fare esattamente la stessa cosa, dimostrando di non apprendere nulla dagli errori passati.
Che cosa proponete?
Noi diciamo che bisogna guardare in faccia la realtà. Se il negoziato deve essere fatto su base paritaria - come sostengono gli europei - bisogna considerare le due sub-regioni: l'Unione europea e la Cedeao, la Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale. Da una parte c'è un’Europa integrata, che ha una politica agricola comune, dazi doganali che proteggono i suoi prodotti, un livello di tecnologia, di scienza tra i primi al mondo. Dall'altra c'è un'Africa occidentale con un livello d'integrazione ancora insufficiente, un mercato poco strutturato. Con queste premesse, come si può siglare un accordo di partenariato equo?
In contrapposizione agli Epa, vorreste misure di protezione dei vostri prodotti?
L'Unione europea non si è fatta in un giorno. Se oggi è la potenza economica che tutti conosciamo è anche grazie alle misure di protezione dei propri mercati e prodotti adottate fin dagli anni '50. Credo che, prima di firmare accordi di libero scambio, la nostra priorità sia perseguire l'integrazione economica, sociale e culturale della nostra sub-regione.
Ma l'integrazione segna il passo. I singoli paesi esportano soprattutto in Europa. Il commercio interno alla Cedeao è quasi nullo. Perché?
Il problema è che oggi come oggi costa meno mandare una nave da Pechino a Dakar, che un camion da Dakar a Bamako. Ci sono regolamenti contraddittori. E ci sono le cosiddette imposte non tariffarie: le gabelle e le tangenti che bisogna pagare ai vari poliziotti, doganieri e militari incontrati sulla strada. Finché non si risolve questo problema, il mercato regionale non può funzionare. Per questo ci vuole un regolamento generale in tutta la Cedeao, misure negoziate e accettate da tutti i paesi.
Che cosa pensa delle forme di compensazione promesse dall’Ue?
Ci dicono che hanno previsto 27 miliardi di euro nel decimo fondo europeo per lo sviluppo. Ma cosa rappresentano 27 miliardi di euro per 77 stati su un periodo di dieci anni, rispetto agli effetti disgreganti che possono avere gli Epa? Chi può valutare per noi il costo della disintegrazione della Cedeao o della Sadc in Africa Australe, o della Cemac in Africa centrale? Noi si può parlare del futuro dei popoli, delle loro responsabilità, mettendo solo sul piatto del denaro. Questa è solo corruzione.
Colin Granderson è vice segretario generale della Comunità Caraibica (Caricom).
Perché circolano così poche informazioni sulla posizione dei paesi caraibici sugli Epa?
Innanzitutto, i Caraibi sono un gruppo più piccolo rispetto all’Africa – il Forum caraibico degli stati Acp comprende 14-15 paesi con una popolazione totale di 20 milioni di persone. Inoltre, rispetto all’Africa, i paesi dei Caraibi hanno uno standard di vita più elevato. Forse per queste ragioni – stati piccoli con migliore tenore di vita – non viene prestata sufficiente attenzione a Caricom e Cariforum.
Eppure anche per i Caraibi ci sono problemi legati alle relazioni economiche con l’Ue. Quali sono i più importanti?
Ci sono alcuni problemi fondamentali. Nel Caricom, per esempio, abbiamo avuto accordi commerciali su prodotti di base, come zucchero e banane. Negli ultimi quattro anni, gli accordi preferenziali sulle banane sono terminati, e l’impatto economico e sociale è stato estremamente negativo.
In alcuni dei nostri paesi più piccoli, come ad esempio St. Vincent, dove le banane costituiscono la principale attività economica, la riduzione dell’accesso al mercato europeo ha avuto un impatto enorme sia dal punto di vista sociale che economico.
Lo zucchero è stato recentemente oggetto di un provvedimento da parte dell'Ue...
Poco tempo fa l’Unione Europea ha posto fine al cosiddetto “protocollo dello zucchero” (un particolare regime di esportazione per lo zucchero di canna in vigore dalla metà degli anni ’70, che garantiva quote e prezzi fissi per le spedizioni dai paesi Acp, chiuso unilateralmente dall’Ue il mese scorso). Le conseguenze sulla nostra economia saranno molto gravi. Inoltre, alcuni dei nostri paesi sono estremamente piccoli; in molti di essi la maggior parte dei profitti provengono dalle tasse sulle importazioni. Secondo gli Epa proposti, la maggior parte di queste tasse dovranno essere eliminate, e quindi dovremo trovare altre fonti di profitto. Nei paesi (caraibici) più piccoli le tasse dei privati sono molto basse, e questo comporterà l’introduzione di maggiori imposte. Come può immaginare, è molto difficile dire alla popolazione di un paese che le tasse – finora molto ridotte - devono essere aumentate del 15 o 18 per cento. Politicamente per i governi non sarà facile, ma molto probabilmente non avranno scelta.
Questi problemi hanno trovato spazio nei negoziati in corso con l’Ue?
Abbiamo chiesto all’Ue di tenere conto delle disparità in dimensioni e risorse tra l’Ue e paesi con una popolazione di un milione, o 600 mila abitanti. Se si parla di libero commercio, noi siamo d’accordo, però devono aiutarci a costruire la capacità, a essere concorrenziali e a rinnovare le nostre industrie, per diventare più competitivi. Questi sono alcuni dei problemi che stiamo discutendo.
Di quanto tempo avreste bisogno?
È difficile dirlo, ma durante i negoziati abbiamo chiesto all’Europa un periodo di transizione più lungo. Fa parte delle trattative: non possiamo trasformare la nostra economia in quattro-cinque anni, ci vuole molto di più.
Intervista con un diplomatico della Namibia“Abbiamo ceduto”, ha lamentato un diplomatico della Namibia. “Abbiamo firmato il 12 dicembre. Le pressioni erano troppe. Il settore privato ha avuto paura di rimanere troppo colpito. In termini di mercato, avrebbero perso l’accesso al manzo, all’uva,
al pesce e ai prodotti ittici”. ”La forza politica ed economica della Commissione europea (CE) costituisce già di per sé una minaccia e un elemento di pressione nei negoziati”, ha spiegato, chiedendo di mantenere l’anonimato. ”Quando si negozia con un partner forte, si finisce sempre per stare nella posizione più svantaggiata. La strategia del più forte viene esercitata con la minaccia ‘o firmi, oppure non avrai il mercato’”. Fino all’ultimo momento, il governo della Namibia ha cercato di resistere alle pressioni provenienti sia dal suo stesso settore privato che dall’Ue. Fino a poche settimane prima, il ministro del commercio Immanuel Ngatjizeko aveva categoricamente affermato che le condizioni che gli Epa ponevano alla Namibia erano “inaccettabili”.
Ha aggiunto che gli Epa dovrebbero servire “all’integrazione regionale, e non a disintegrare” la regione. ”Abbiamo commesso moltissimi errori”, ha detto il diplomatico “Non c’è stato un coordinamento adeguato tra i paesi Acp.
La Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc) è composta da 15 paesi. “Mentre prima prendevamo gli aiuti allo sviluppo dall’Ue per l’intera regione, adesso solo sette paesi Sadc otterranno aiuti allo sviluppo legati agli Epa. Questo avrà delle conseguenze”. Anche l’area di libero scambio “intra-Sadc” dovrebbe essere aperta ufficialmente nel 2008. Ma quali saranno gli sviluppi, laddove alcuni paesi hanno firmato gli Epa mentre una nazione come l’Angola ha deciso di non firmarli, resta ancora da vedere.
Riserve
Il diplomatico della Namibia si è affrettato a precisare che benché il paese avesse firmato provvisoriamente gli Epa il 12 dicembre, lo aveva fatto con evidenti riserve su alcune clausole: “Se questi problemi non verranno affrontati in modo soddisfacente nella prossima fase dei negoziati, allora possiamo dire di non essere nella posizione per ratificare l’accordo definitivo e rinunciare. Ma nel frattempo, dobbiamo fare altre cose, come ad esempio trovare mercati alternativi”.
Il problema è che Namibia, Lesotho, Botswana, Swaziland e Sud Africa hanno un’unione doganale comune - l'Unione doganale dell’Africa australe (Sacu) - istituita nel 1910. Ma Lesotho, Botswana e Swaziland hanno firmato l’Epa Sadc, che contiene alcune clausole con cui la Namibia non si sente a suo agio.
Una di queste limita i requisiti di contenuto locale nel settore manifatturiero. Per poter sostenere le industrie locali, la Namibia non vuole abolire nessuna legislazione che chieda agli investitori di usare elementi prodotti localmente.
La CE ha chiesto ai paesi Sadc di fornirle lo stesso livello di accesso al mercato concesso ad altri partner commerciali importanti. I Sadc stanno attualmente negoziando accordi di libero scambio con l’India e con il Mercosur, l’area del Mercato comune del Sud che comprende Brasile, Paraguay, Argentina e Uruguay.
Se in questi ed altri futuri accordi di scambio verranno fornite condizioni di accesso al mercato più favorevoli, lo stesso livello di liberalizzazione dovrà essere esteso anche all’Unione europea (Ue). L’Epa stabilisce poi che le merci in entrata in uno qualsiasi dei paesi firmatari devono potersi muovere liberamente verso gli altri paesi firmatari; ma i Sadc devono ancora formalizzare la loro unione doganale regionale.
Juma Mwapachu è segretario generale dell’ente regionale dell’Africa orientale.
La Comunità dell’Africa orientale ha firmato un accordo quadro nell’ambito dei colloqui degli accordi di partnership economica (Epa) con l’Unione europea (Ue), per garantire un accesso stabile dei piccoli agricoltori sui mercati Ue. La Comunità dell’Africa orientale (Eac) comprende Kenya, Tanzania, Uganda, Ruanda e Burundi, tra i paesi più poveri del continente africano. L’accordo quadro sullo scambio di merci prevede la riduzione e l’eventuale eliminazione delle tariffe sull’81 per cento delle importazioni Ue che entrano sul mercato Eac. Questo dovrebbe avvenire in diverse tappe.
“Ci hanno relegato a un ruolo secondario, poiché ci hanno riferito che secondo l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) ‘al primo gennaio 2008, non ci sarà più un accordo preferenziale di Cotonou. Prendere o lasciare’”.
“Vista la situazione, come potremo accedere al mercato Ue se non abbiamo un accordo che sostituisca quello di Cotonou?”, ha detto Mwapachu all’incontro del Processo di Helsinki su globalizzazione e democrazia conclusosi alla fine di novembre in Tanzania. Queste osservazioni si riferivano alle affermazioni delle organizzazioni della società civile, secondo cui l’Ue avrebbe potuto concordare un’estensione della deroga concessa dall’Omc per rinegoziare gli accordi di
scambio tra l’Europa e le sue ex colonie in Africa, Caraibi e Pacifico (Acp).
La conclusione degli Epa è stata condizionata dalla volontà di assicurare che gli esportatori africani continuino a godere di un accesso al mercato libero da quote e dazi e che non vengano bloccati dal mercato a gennaio 2008, ha affermato.
“Perché gli scambi commerciali funzionano così oggi? Perché il mondo ricco vuole continuare a relegarci in secondo piano. Ogni volta che avanziamo proposte concrete, ci considerano l’ultima ruota del carro”, ha detto Mwapachu, aggiungendo che l’Ue è “preoccupata” del periodo di transizione di 25 anni previsto per la liberalizzazione dei mercati africani per le importazioni Ue, inizialmente concordato. L’insistenza dell’Ue nel ridurre questo periodo a 15 anni ha rappresentato uno scoglio nei negoziati nelle scorse settimane.