
C’è un settore nel quale la capillare penetrazione cinese in Africa ha fatto sicuri danni. Dalla fine dell’accordo multifibre, che proteggeva non solo le produzioni europee ma anche quelle africane, il settore tessile del continente ha subito l’attacco frontale dei prodotti cinesi. Con la liberalizzazione delle importazioni, più di 250mila posti di lavoro africani sono spariti. La strage di posti di lavoro ha fatto alzare il livello di allerta dei governi africani.
Dall’Africa australe (Lesotho, Malawi, Namibia, Sudafrica, Swaziland e Zambia) a quella occidentale (Ghana e Nigeria), da quella orientale (Kenya e Tanzania) alle isole dell’Oceano Indiano (Madagascar e Mauritius), la lista dei paesi colpiti è lunga. Tanto che i sindacati africani hanno chiesto a gran voce la convocazione urgente di una conferenza continentale sul futuro del settore. Il Lesotho aveva sviluppato un’industria prevalentemente basata sul tessile, diventato negli anni il secondo settore di impiego dopo quello pubblico. Più del 75% di tutti gli introiti derivanti dalle esportazioni era costituito dai proventi dell’export tessile, dando lavoro a decine di migliaia di persone. La fine dell’accordo multifibre li ha fatti sparire.
La stessa situazione critica si è verificata in Sudafrica, dove sono spariti oltre 60mila posti di lavoro mentre, nei soli primi nove mesi del 2005, le importazioni cinesi sono cresciute del 40%. In realtà l’allarme era stato lanciato già prima della fine dell’accordo multifibre dal Cosatu, la potente confederazione sindacale sudafricana. Dopo fortissime tensioni e pressioni politiche i sindacati sono riusciti a ottenere la firma di un accordo con Pechino che prevede l’introduzione di quote di importazione per i prodotti tessili. Si tratta di una soluzione temporanea, che però potrebbe ridare fiato al settore. “Spero che questo accordo manderà un segnale di speranza alle migliaia di lavoratori del settore che hanno perso il loro posto di lavoro”, ha commentato il primo ministro sudafricano Ibrahim Rasolo subito dopo l’accordo. “È anche un segnale perché si possa cominciare a reinvestire nelle imprese e nella loro modernizzazione con una nuova fiducia verso il futuro”, ha concluso.
Nello Zambia
Anche in Zambia le cose non sono andate diversamente. Venti anni fa nell’ex Rhodesia del Nord c’erano 250 aziende tessili con circa 250mila addetti. Oggi ne sono rimaste meno di 20, con non più di 2500 addetti. Il loro futuro è alquanto incerto. La causa? La difficoltà di fare investimenti tecnologici, di ridurre i costi di produzione e il già basso costo del lavoro, ma soprattutto l’invasione dei prodotti cinesi a costi ancora più bassi di quelli locali. Così una camicia fatta a Lusaka costa da quattro a cinque volte di più di una camicia fatta in Cina. Si tratta di un indiscutibile vantaggio per i consumatori locali, i cui salari irrisori li costringono a scegliere i prodotti cinesi, nonostante la qualità più scadente. Ma per il lavoro locale è un vero disastro.
Ma in Zambia la presenza cinese ha fatto danni anche in altri settori. Non tanto per l’impatto sull’economia, quanto sulla sicurezza e la salute dei lavoratori. Lo Zambia è uno dei principali produttori di rame al mondo e la Cina è presente nel paese da decenni. Un grave incidente, accaduto nell’aprile 2005 in una miniera di Chambishi, vicino al confine con il Congo, di proprietà della China nonferrous metal mining (Cnmm), ha confermato i timori di molti. La miniera sembrava una fotocopia di quelle cinesi: nessuna misura di sicurezza, nessun investimento tecnologico o di manutenzione, lavoratori stremati da interminabili orari e dalle disumane condizioni di lavoro. Nell’incidente morirono 51 lavoratori. Poco più di un anno dopo, nel luglio 2006, una rivolta degli operai della stessa miniera, in protesta contro i salari da fame, è stata duramente repressa dalla polizia, che sparando sui dimostranti ha ferito sei lavoratori.
L’opposizione alla presenza cinese in Zambia è stata il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Michael Sata, il candidato dell’opposizione alle elezioni presidenziali del settembre 2006. Pur non essendo riuscito a farsi eleggere presidente, Sata ha strappato molti consensi nella regione mineraria del Copper Belt, quella dove le imprese cinesi sono più presenti. La decisione di Sata di basare tutta la sua campagna elettorale sulla feroce critica all’operato di Pechino ha messo sulla difensiva la stessa Cina, che si è sentita costretta a mancare alla promessa, ripetuta a ogni occasione, di non interferire negli affari interni degli altri paesi arrivando a minacciare, per bocca dell’ambasciatore cinese a Lusaka, che in caso di vittoria di Sata Pechino avrebbe potuto sospendere gli accordi siglati con lo Zambia e ridurre drasticamente gli investimenti nel settore minerario.
(Irene Panozzo, su www.mwinda.it)