
Dal 2005 la Cooperazione Italiana è intervenuta presso l’Ospedale Provinciale di Herat provvedendo alla ristrutturazione dei reparti di Pediatria, Malattie Infettive, Tubercolosi e Otorinolaringoiatria; alla realizzazione di cucine e lavanderia all’interno del compound ospedaliero e alla fornitura di medicinali, arredi ed apparecchiature medico- chirurgiche.
Tra il 2007 ed il 2008 inoltre, presso la stessa struttura, primo polo ospedaliero di tutta la regione ovest dell’Afghanistan, la Cooperazione Italiana ha provveduto, attraverso le iniziative di emergenza, a realizzare il sistema fognario e idrico del complesso ospedaliero, a riabilitare ed equipaggiare i tre reparti di Pronto Soccorso, Chirurgia e Radiologia e ad equipaggiare il primo Ospedale pediatrico di Herat, realizzato con fondi del Governo italiano, grazie all’impegno congiunto del Ministero della Difesa e del Ministero degli Esteri.
L’Ong Cesvi, con il supporto della Dgcs, è al lavoro per la messa in funzione del nuovo ospedale pediatrico di Herat, provvedendo alla fornitura delle attrezzature elettro-medicali e agli arredi del complesso ospedaliero.
Emergenza sanitaria: la sindrome di Gulran
Durante i primi mesi del 2008, la Provincia di Herat, in particolare il distretto di Gulran, è stata colpita da una grave patologia: la sindrome di Gulran. La Cooperazione Italiana ha predisposto molteplici iniziative per fronteggiare l’emergenza tra cui: il potenziamento delle procedure diagnostiche, la fornitura di medicinali, la definizione del protocollo medico concordato con l’Oms, il supporto per le indagini tossicologiche, il know-how per la valutazione clinica della malattia, il supporto logistico e materiale per campagna preventiva, il potenziamento del laboratorio di analisi presso l’Ospedale Provinciale di Herat, la fornitura di apparecchiature per un’accurata indagine clinica, la creazione di un gruppo di lavoro coordinato da un medico italiano e la formazione di personale medico infermieristico locale per il trattamento della malattia. E’ stata inoltre potenziata l’assistenza medica e sono stati trasferiti pazienti presso una struttura ospedaliera italiana per diagnosi e cure approfondite. In risposta a tale emergenza si è provveduto infine ad una ingente distribuzione di aiuti alimentari nel Distretto di Gulran attraverso il World Food Programme.
Assistenza alle fasce più vulnerabili
Fin dagli inizi dell’intervento in Afghanistan, l’Italia fa fornito il proprio sostegno alle politiche di pari opportunità e alla tutela dei diritti umani, con particolare attenzione alla condizione delle donne e dei minori.
Sono state approvate varie iniziative che, in particolare investono tematiche relative a:
promozione della salute riproduttiva e dei diritti delle donne in Afghanistan, formazione professionale in sostegno all’imprenditoria femminile, tutela della condizione minorile, lotta al traffico dei minori, lotta all’uso e alla dipendenza di sostanze stupefacenti.
Tra le iniziative di emergenza in favore delle fasce più vulnerabili tra la popolazione afgana ricordiamo:
• Costruzione ed equipaggiamento del Centro Non Vedenti di Herat
• Costruzione ed equipaggiamento dell’Orfanotrofio femminile di Herat
• Distribuzione di cibo, coperte e beni di prima necessità durante l’emergenza freddo
• Distribuzione di cibo e medicinali durante l’emegenza della Sindrome di Gulran
Tra le attività in sostegno alle fasce più vulnerabili ricordiamo le iniziative realizzate a Herat dalla Cooperazione Italiana con il contributo di Ong italiane, internazionali e locali:
• Rimpatrio delle famiglie afgane vulnerabili c.d. returnees dall’Iran, con il contributo della ong tedesca Help
• Corsi di alfabetizzazione per donne, realizzato dalla ong afgana Opawc, Organization for promoting Afgan women capabilties
• Corsi di formazione presso il centro non vedenti ed attività ricreativo-formative presso gli orfanotrofi di Herat, realizzate dalla ong italiana Intersos
• Ricerca e mappatura delle fasce estremamente vulnerabili di Herat, , realizzato dalla ong afgana Awlf, Afghan Women Lawyers Fundation, in collaborazione con Intersos
• Sostegno alle fasce vulnerabili attraverso attività generatrici di reddito, grazie agli interventi delle ong italiane Cesvi e Intersos
Emergenza freddo
L’inverno 2008 è stato tra i più rigidi degli ultimi 50 anni: le temperature a Herat e provincia hanno raggiunto i -28 gradi e le conseguenze per la popolazione sono state drammatiche. La Cooperazione Italiana ha predisposto una distribuzione di cibo e coperte sia in città che nelle zone rurali.
L’ong Intersos, attraverso i fondi Dgcs, ha realizzato distribuzioni di alimenti, vestiti e coperte presso tutti gli orfanotrofi di Herat.
Dopo la caduta dei talebani, l'Afghanistan, immerso nelle rovine della guerra dal 1973, continua a ricostruire se stesso, strada dopo strada e organizzazione dopo organizzazione. Una di queste ultime, “Voice of Women", si e' formata ad Herat nel 1998, quando i talebani erano ancora al potere. L'organizzazione era illegale, ed operava in segreto, insegnando alle bambine e alle giovani donne a leggere e scrivere dietro porte chiuse. "Ci incontravamo nella mia casa o nella casa di altre donne", racconta la fondatrice del gruppo, Suraya Pakzad, 39 anni, "Regalavamo libri alle donne che si riunivano per leggerli, formando delle 'zone di lettura'. Ogni 'zona' aveva un forno, cosi' se venivano scoperte potevano bruciare i libri. Quando il regime talebano cadde continuammo il nostro lavoro liberamente, insegnando non solo a leggere e scrivere ma incrementando la consapevolezza nelle donne per quel che riguarda i loro diritti. Siamo state la prima organizzazione non governativa di donne registrata e riconosciuta dal nuovo governo".
I consigli delle donne
Durante le ultime elezioni, Suraya Pakzad si é concentrata sul diritto di voto delle
donne, ma l'impegno principale del gruppo oggi é favorire la nascita degli "shura", o "consigli delle donne", nei villaggi che circondano Herat, ed il collegare in rete quelli gia'
esistenti. Negli shura si discute di politica, afferma Pakzad, ma il punto chiave e'
semplicemente mettere insieme le donne, di modo che possano parlare e confrontarsi
su qualsiasi istanza senza la supervisione e il controllo degli uomini.
I consigli delle donne forniscono anche formazione professionale nel campo della
tessitura, ed i fondi iniziali per le donne che vogliano dare inizio ad un'attivita' in
proprio nel campo tessile.
Il lavoro di Suraya Pakzad e del suo gruppo, nella zona, include anche affrontare il problema dei numerosi suicidi commessi da donne, con il sistema di cospargersi di benzina e darsi fuoco (Racalbuto, 2007). Queste donne considerano il suicidio come l'unica via di fuga da situazioni familiari intollerabili, crudeli e disumane. L'ospedale provinciale di Herat ha un reparto ustionati purtroppo molto frequentato: circa 20 donne al giorno vengono curate prima di essere rimandate e casa, e le medicine, i bendaggi e gli aiuti sono scarsi ed inadeguati rispetto all’emergenza. Il gruppo di Pakzad paga direttamente i salari ai medici del reparto perché restino dove si trovano e non passino ad altri reparti; inoltre, lei stessa ha donato all'ospedale una lavatrice, di modo che le bende possano essere lavate ed usate di nuovo.
La maternità
Nello stesso ospedale si
trova anche il reparto della maternitá. Per tradizione e costume le donne afgane sono
molto restie a partorire presso strutture ospedaliere e, in 9 casi su 10, scelgono le mura
domestiche per dare alla luce i propri figli. In ospedale giungono in poche e,
solitamente, arrivano in gravi condizioni dovute a complicazioni, unico fattore che
spinge e convince i loro mariti ad accettare il ricovero e le cure mediche. Questo in parte
spiega l’alto tasso di mortalitá materno-infantile che colpisce l’Afghanistan dove ogni 30
minuti muore una donna per cause legate al parto o alla gravidanza e dove la speranza di vita della madre e del nascituro é 60 volte inferiore rispetto ai Paesi sviluppati. Tra i
diritti negati alle donne afgane, il diritto alla salute é tra i piú lontani dall’essere
conquistato e contribuisce a mantenere il Paese agli ultimi posti negli indici di sviluppo
umano.
Anche per tale ragione, l’impegno di Suraya Pakzad, e' quello di dare alle donne
l'autorita' ed i mezzi per modificare la situazione in cui vivono, trovando modi per avere
un lavoro, condurre una vita dignitosa, imparare a leggere e scrivere, e ad avere facile
accesso all’assistenza legale e medica. L'empowerment delle donne e' il modo migliore
di prevenire la terribile epidemia di autoimmolazioni e il modo migliore di sollevare
l'Afghanistan dal fondo della classifica Onu sullo sviluppo umano, in cui si trova
attualmente". "Per piu' di venticinque anni, le donne di questo paese hanno sofferto
tantissimo", dice, "E' qualcosa che ormai portiamo nel sangue. Speriamo che soprattutto
le giovani generazioni, questo lo ricordino e che non smettano mai di guardare con
speranza e voglia di cambiare al futuro ".
(Herat, aprile 2008)
L’Afghanistan si sta trasformando in un vero e proprio narcostato, che mette a rischio la
stabilità dell’Asia centrale e crea un enorme problema a livello globale, troppo spesso
ignorato. La preoccupazione della comunitá internazionale è stata ribadita dal rapporto 2007 dell’agenzia Onu che si occupa del controllo del narcotraffico, la Unodoc secondo la
quale l’Afghanistan produce circa il 90 per cento dell’eroina mondiale, con picchi di
produzione soprattutto nelle regioni del sud-est del Paese. La produzione di oppio in
Afghanistan resta uno dei problemi più seri: nel 2007 si è assistito ad una crescita delle
coltivazioni, che ha oscurato i risultati ottenuti attraverso l’azzeramento di altri bacini
di offerta dell’oppio, specialmente in Asia Sud-Orientale.
Il Direttore Esecutivo dell’Agenzia dell’Onu contro la droga ha affermato che “In Afghanistan l’oppio è una questione di sicurezza molto più che non una questione di droga” sottolineando che “la provincia di Helmand, minacciata dalla guerriglia, è divenuta il principale fornitore mondiale di droga. Qui le coltivazioni illegali sono più ampie che nel resto del Paese nella sua totalita. Le coltivazioni a Helmand sono addirittura più estese di quelle del Myanmar e della Colombia. In Afghanistan occorre estirpare il cancro delle droga e della violenza, liberando il mondo dalla principale fonte della droga più pericolosa, che direttamente o indirettamente uccide 100 mila persone all’anno. La sicurezza dell’intera Asia occidentale ne verrebbe rafforzata".
Il consumo della droga
Tuttavia, una parte della produzione resta all’interno del Paese per consumo locale, la
popolazione afgana presenta infatti uno dei più alti tassi di consumo di oppiacei al
mondo. Del consumo interno di droga si sa poco, forse perché il fenomeno interessa
prevalentemente le aree rurali, lontane dai riflettori mediatici e dagli interessi politici.
Non si hanno dati statistici ufficiali a riguardo ma, fonti locali, stimano che il 25/30%
della popolazione adulta afgana fa uso di eroina o di uno dei tanti derivati artigianali
dell’oppio. Il dato piú allarmante e sconcertante che ci viene riportato dagli operatori
sanitari locali é che, nelle zone rurali, il consumo di droghe e la tossicodipendenza
interessa prevalentemente donne e bambini. Un medico afgano, collaboratore della
Cooperazione Italiana presso l’Ospedale Provinciale di Herat, conferma che tra i
tossicodipendenti piú della metá sono donne e che il fenomeno, negli ultimi due anni ha
subito un allarmante incremento. Secondo lo studio della Independent Human Right
Commission, una commissione per la difesa dei diritti umani che opera nella provincia
di Herat, nel 2007 sono stati registrati circa 120.000 casi di dipendenza da sostanze
stupefacenti che interessano le donne.L’aumento dei casi di dipendenza da oppiacei tra la popolazione, giá duramente provata
da tre decadi di conflitti e da un’economia in ginocchio, non fa altro che contribuire a
mantenere l’Afghanistan tra i Paesi con gli indici di sviluppo umano piú bassi al mondo.
L’abuso di droghe non é riconducibile esclusivamente all’incremento delle coltivazioni
di oppio nel Paese ma trova radice nelle profonde piaghe dell’odierna societá afgana: il
60% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, il lavoro è assente o
sottopagato, le donne, nonostante i passi avanti mossi nel periodo post-talebano, vivono
ancora troppo spesso relegate fra le mura domestiche, vittime di soprusi quasi sempre
impuniti. Inoltre, l’isolamento in cui versano alcune comunitá rurali, fa sí che l’abuso di
droghe da parte di donne e bambini resti nell’ombra e dunque fuori dallo spettro
d’azione degli aiuti internazionali.
In alcune aree del Paese, i coltivatori di papavero, per ridurre i costi di produzione,
coinvolgono nel lavoro dei campi mogli e figli, nella maggior parte dei casi minori.
Donne e bambini
Dunque, non solo l’accesso alla droga é facilitato ma anche il consumo non é ritenuto né
dannoso, né illegale. Un recente documentario della Bbc ha mostrato come un gruppo di
donne, impiegate nelle coltivazioni di oppio, costrette a lavorare duramente per 1618
ore al giorno, ricorresse alla droga come rimedio per superare ed alleviare la
stanchezza. Il documentario mostra inoltre come, tale fenomeno inevitabilmente,
interessi anche i figli delle coltivatrici di oppio ai quali viene fatta fumare o addirittura
mangiare droga per sedare la fame e per indurre i bambini ad un riposo forzato durante
le ore di assenza dei genitori impegnati nei campi.
Nonostante la lotta alle coltivazioni illegali dichiarata dal Governo di Karzai, l’ultimo
dato nelle mani dell’Unodoc, relativo al 2007, riferisce di oltre 165mila ettari dedicati al
papavero, pari al 3,65 per cento delle terre coltivabili, con una variazione del +59 per
cento rispetto al 2005. Nonostante gli sforzi del Governo volti allo sradicamento delle
coltivazioni, nel 2006 si è riusciti a distruggere solo 15.300 ettari. Delle 28 province
afgane, in 26 si produce il papavero. Su una popolazione di 23 milioni circa, sono 2,9
milioni (448mila famiglie) quelle che vivono di oppio. Con un incremento sul 2005
vicino al 50 per cento. E' necessaria dunque una duplice azione da parte del Governo afgano e da parte della
comunitá internazionale: sconfiggere sí le coltivazioni illegali ma dare prioritá a fornire
una valida alternativa alla popolazione che da decenni vive grazie ai derivati del
papavero e soprattutto togliere dall’ombra le migliaia di donne e bambini vittime della
droga.