
La Ong Acra sta attuando sulle Ande boliviane un progetto ecosostenibile che prevede la costruzione di acquedotti a gravità e il ripristino di canali di età Inca.
Dolci, vino e foglie di coca sono deposti dallo Yatiri, il maestro rituale della comunità, nel punto esatto del primo scavo per la costruzione dell’acquedotto. L’offerta rituale è per gli spiriti Achachila perché non vengano a disturbare i lavori e accolgano l’opera su un territorio di loro esclusiva proprietà. Un luogo sacro che l’uomo può “violare” solo con il loro consenso. Così un anno e mezzo fa, con il beneplacito delle comunità della Valle Araca e degli esseri soprannaturali che la popolano, sono iniziati i lavori per la costruzione dei quattro acquedotti a gravità che oggi portano acqua potabile nelle case di 1.200 cittadini del municipio di Cairoma, nella provincia boliviana di La Paz.
Il progetto della Ong milanese Acra si rivolge a quattro comunità Aymara, tra le più povere della regione andina: La Lloja, Saya, Sacani e K’ara. Gli Aymara, uno dei nuclei indigeni che compongono la popolazione boliviana, sono gli eredi dell’impero Tiwanaku, paragonabile per forza ed estensione a quello degli Inca e sorto a sud del vicino lago Titicaca nel II secolo a.C.. Dopo duemila anni l’universo cosmologico di queste popolazioni è ancora intriso di rituali e tradizioni secolari tanto che, fin dai primi sopralluoghi, la missione di Acra ha assunto una chiara impronta archeologica e antropologica. Tecnici e ingegneri hanno dovuto fare un passo indietro e lasciare ai colleghi antropologi il delicato compito di “penetrare” la spiritualità Aymara e ottenere la fiducia della collettività prima di avviare qualsiasi intervento tecnico, anche solo di valutazione del territorio. In uno studio che analizza le pratiche culturali relative all’acqua, realizzato con il contributo di interviste e riunioni con i membri delle quattro comunità, la Ong ha elaborato una strategia d’azione “compatibile e integrata”, l’unica in grado di trasformare gli Aymara da utenti del servizio ad amministratori attivi della rete comunitaria.
Dai ghiacciai a monte, ai rubinetti a valle
L’intervento - che non a caso si chiama “Dall’acqua raffiora una comunità” - prevede, oltre alla costruzione di quattro acquedotti che partono dalle alte vette boliviane e arrivano a valle, il miglioramento delle infrastrutture idriche esistenti. Stiamo parlando di canali che risalgono al periodo pre-ispanico e in alcuni casi pre-incaico: un imponente sistema irriguo e di piattaforme terrazzate che ancora oggi conserva una potenzialità d’uso che, a detta degli esperti, sono “inimmaginabili” per l’attuale sistema agricolo della Valle Araca. Inoltre, in un’ottica di sviluppo sostenibile, la gestione del tutto sarà affidata agli abitanti attraverso la costituzione di “comitati di acqua potabile” - i cosiddetti Cap - eletti dalle assemblee comunali. Per farlo nel modo più efficace, i Cap riceveranno da esperti italiani una formazione ad hoc sugli aspetti normativi della gestione idrica. Ma i contatti con l’Italia non si esauriscono qui. Il progetto include visite di scambio con la comunità montana del Cadore per favorire il dialogo, la reciproca conoscenza e la condivisione di esperienze. Inoltre, tra i principali sostenitori del programma c’è l’Autorità di ambito territoriale ottimale (Aato) Laguna di
Venezia, che ha istituito il fondo “acqua bene comune”, che finanzia questo e altri progetti Acra.
Dolcetti propiziatori e foglie di coca
Secondo la visione contadina delle Ande, l’acqua non è una risorsa, ma un membro vivente della comunità. L’antica tradizione Aymara la considera “sangue” delle Achachilas (le vette protettrici) e “latte” della Pachamama (la Madre terra), parte integrante della famiglia collettiva costituita da esseri umani, natura, divinità. Proprio come una persona, l’acqua ha qualità e difetti: la Qota mama (il lago Titicaca) è colei che dona la vita alle comunità dell’intera vallata, la Jawira è il fiume, che porta pietre medicinali con cui si fanno infusi miracolosi. Ma ci sono anche le temute Juiphi, la gelata, e la Chijjchi, la grandine. Quest’ultima è particolarmente suscettibile e capricciosa: per evitare le sue ire, durante il periodo del raccolto devono cessare litigi e battibecchi, e i bambini non devono piangere, mentre per scongiurare le sue visite e “spaventarla” si praticano rumorosi e colorati riti. L’acqua, dunque, vive.
Così, il canale è il risultato di un “accompagnamento” lungo grandi distanze, e si costruisce a seconda di dove l’acqua vuole passare. L’uomo non si permette di guidarla. Da qui le consultazioni delle divinità per essere certi che, con la costruzione, non si “maltratti” l’ambiente e non si “offendano” i numi. Il rituale del Pago (l’offerta sacra) è il modo più diretto per dialogare con l’acqua e con le altre divinità, per entrare in armonia con la comunità vivente. Immancabili, adagiati su cestini di paglia intrecciata dalle forme propiziatorie, i dolcetti per conquistare il favore dei protettori dell’Altipiano e le foglie di coca, masticate anche dai partecipanti durante le funzioni.
Tra le offerte più significative, il sacrificio di animali, la Wilancha. Praticato in periodi e occasioni particolari (dopo la semina delle patate e per la costruzione di case e opere idrauliche) ha come vittime elette lama, alpaca e capre. Per l’inizio dei lavori del progetto Acra è stata fatta una Wilancha con un capretto. Al Pago alla Pachamama, celebrato da un Yatiri, ha preso parte l’intera comunità “con la fede che bisogna lavorare bene e terminare senza nessun imprevisto”, come è spiegato nello studio antropologico che ha preceduto e accompagnato i lavori.
Irrigazione precolombiana
La Wilancha non sta deludendo le aspettative. I quattro sistemi in pressione, funzionanti a gravità, raccolgono l’acqua che si scioglie dai ghiacciai e la convogliano in un serbatoio da cui parte una ramificazione di tubi che alimenta una complessa rete di distribuzione. Questa arriva nelle abitazioni di 280 famiglie, che ora possono bere acqua “pura” aprendo il rubinetto, senza più bisogno di andare con i secchi a raccogliere quella “contaminata” dei ruscelli, dove si abbeverano anche animali domestici e selvatici. Dopo avere risolto il problema della distribuzione dell’acqua potabile per i 1.210 beneficiari diretti del progetto - quelli indiretti sono i 12.000 cittadini del municipio di Cairoma - gli esperti di Acra si sono concentrati sul suo uso nell’irrigazione. Da secoli gli abitanti della Valle praticano l’agricoltura e la pastorizia, e dall’acqua dipende la loro sopravvivenza.
L’uso dell’acqua e della terra nella zona è stato sapientemente organizzato dalla civiltà Tiwanaku, e ha lasciato pressoché inalterate centinaia e centinaia di strutture ancora visibili. Da qui è partito l’intervento Acra che, oltre a non “scalfire” tradizioni e credenze, mira a inserirsi nell’ambiente in modo compatibile ed equilibrato. Da un accurato studio del millenario sistema irriguo che caratterizzò la stabilità economica della cultura precolombiana, hanno assicurato gli esperti della Ong italiana, oggi potrebbero aprirsi nuovi orizzonti all’economia locale che, dopo il periodo coloniale e la divisione delle terre dovuta alla riforma agraria degli anni Settanta, risulta assai frammentata e poco sviluppata.
Verso un futuro ecosostenibile
La partecipazione delle comunità boliviane agli interventi di cooperazione ha senz’altro contribuito a far riscoprire agli abitanti della Valle la propria identità etnica. Nel comunicare e spiegare ai cooperanti rituali, leggende e antiche credenze, le popolazioni indigene hanno acquisito sicurezza e maggiore consapevolezza.
Lo prova, tra le altre cose, la dettagliata trascrizione delle interviste e indagini svolte prima e durante i lavori: all’iniziale diffidenza nel rivelare ad “estranei” i segreti delle proprie tradizioni, sono subentrate via via una sicurezza e una disinvoltura proprie di chi ha acquisito coscienza della ricchezza culturale di cui è depositario.
Da queste riflessioni è nata l’idea di un (probabile) futuro progetto per lo sviluppo sostenibile delle comunità andine: con il recupero dei sistemi irrigui archeologici si potrebbe estendere il modello agricolo a uno economico basato sul
turismo ecosostenibile. L’idea di far rivivere antiche strutture di epoca tiwanaku e incaica per un percorso ecoturistico può essere il filo conduttore di un’iniziativa che avrebbe un impatto sociale molto positivo soprattutto sulle generazioni future. I giovani indigeni potrebbero un domani ritrovarsi a gestire - e in modo assolutamente compatibile - un enorme museo a cielo aperto capace di attrarre molti fautori e seguaci del turismo sostenibile. Le immagini satellitari mostrano, accanto ai canali d’irrigazione, tracce di un complesso di insediamenti, ancora poco conosciuti, che collegavano le regioni delle valli subtropicali con l’estesa superficie dell’altipiano. I resti di antichi muretti a secco disegnano chiaramente sul terreno giganteschi anfiteatri appositamente modellati per l’agricoltura, dove spiccano i terrazzi abilitati per coltivare e per conservare i prodotti, e i canali per l’irrigazione e per il drenaggio, sapientemente costruiti per non disperdere l’acqua. Una realtà archeologica unica in tutto il territorio boliviano.
Da Venezia a La Paz
Ogni volta che i 630mila abitanti di 20 Comuni della provincia di Venezia e 5 di quella di Treviso aprono il rubinetto, in Bolivia si costruiscono nuovi pozzi e si realizzano canali, acquedotti, impianti di potabilizzazione e servizi igienico-sanitari. Il tutto grazie a un’iniziativa, unica in Italia, gestita in collaborazione con gli enti che fanno capo all’Autorità di ambito territoriale ottimale (Aato) Laguna di Venezia, che raggruppa 25 Comuni. Prelevando dalla singola bolletta 1 centesimo di euro per ogni metro cubo d’acqua utilizzato, è nato il “Fondo acqua bene comune”, la cui istituzione è stata approvata all’unanimità dalle municipalità venete. In due anni il fondo ha destinato circa 1 milione e 300.000 euro a cinque progetti in Africa e tre in America latina. Un’iniziativa che se fosse replicata in tutta Italia consentirebbe di devolvere circa 50.000.000 di euro all’anno alle politiche di sviluppo idriche nei Paesi in via di sviluppo. Potenzialità che non sono sfuggite agli ideatori del progetto, che stanno cercando di creare una sorta di modello che possa essere poi ripreso dalle Aato delle altre province italiane. (da un articolo di Andrea Alessandrini per "Ilaria")
Prima tra tutte, la cultura andina costituisce un esempio di grande valore in termini di tutela dell’acqua come patrimonio universale: in particolare la cosmovisione andina, ossia quell’insieme di norme, tradizioni, credenze e valori che regolano la vita all’interno della società dei popoli che storicamente si sono insediati nel difficile territorio delle Ande, nell’America del Sud.
Si tratta di culture (come quella Tiwanaku, la Huari, quella Aymara e Quechua) caratterizzate da elementi molto simili tra loro, ma allo stesso tempo da differenze rilevanti, come risultato dei diversi movimenti migratori che hanno interessato la regione, così come delle sue stesse caratteristiche naturali e geografiche. Tutti i diversi gruppi etnici insediati in quest’area hanno infatti dovuto cercare soluzioni simili relative al medesimo ostacolo, rappresentato dalla catena montuosa della Ande. Questa condizione ha favorito contatti, scambi, spostamenti e creato le basi per lo sviluppo di una cultura comune.
Pachamama, la madre terra
Nella cosmovisione andina il mondo viene immaginato come un’entità viva, una totalità che include ogni essere vivente: si tratta di uno spazio in cui non è contemplato il singolo, la parte separata. Tale concezione riflette la struttura della terra stessa, costituita dal suolo, dall’acqua, dall’aria, dagli uomini, dagli animali e dalle piante che formano un unico elemento. Ogni componente, poi, è animato: nulla è inerte nel mondo, la vita continua a riprodursi e a cessare in senso dinamico. Ad ogni elemento della natura è riservato un culto particolare, poiché la stessa natura è sacra. La madre terra è sacra, la cosiddetta pachamama, identificata con i campi coltivati e la fertilità del suolo. Sono sacri i monti, chiamati Apus o Achachilas, le stelle, il sole, la luna, le pietre, i morti, l’acqua, gli animali (come il lama) e le piante (come la coca).La cosmovisione andina è quindi costruita sulla relazione esistente tra l’uomo e la natura: il primo è parte integrante della seconda, da cui, insieme a tutti gli esseri dotati di vita, non può essere separato. La società si divide in ayllu, l’unità sociale all’interno della quale si sviluppano le relazioni di dialogo e di reciprocità tra gli esseri viventi, struttura che definisce i rapporti esistenti tra i diversi elementi che ne fanno parte. Nel mondo andino, pertanto, ogni essere vivente appartiene ad un gruppo, ad una collettività che garantisce un senso all’esistenza di ognuno: il singolo (e di conseguenza la comunità) ha necessariamente bisogno dell’altro per sopravvivere, poiché dialogo e reciprocità stanno alla base di tale società.
Acqua diritto collettivo
Da tali premesse risulta evidente come anche l’acqua faccia parte di questa collettività e, come tale, non possa essere dominata da un altro elemento, l’uomo, anch’esso parte dell’ayllu: l’acqua è considerata un essere vivo dotato di un proprio carattere e di diversi stati d’animo, in alcuni momenti può essere generosa e abbondante nelle sue donazioni all’uomo, in altri può risultare, invece, capricciosa ed avara. Per questa sua natura è necessario rispettarla e riservarle cure ed attenzioni, stabilendo un dialogo ed impostando una relazione armoniosa con essa, attraverso diversi rituali che servono a invocare o tenere lontano le piogge, le gelate, o la grandine. L’acqua è un elemento integrante della comunità degli esseri viventi, che include gli esseri umani, gli elementi naturali e spirituali. L’acqua, quindi, è uno degli elementi costituenti il mondo naturale, a sua volta composto dalle comunità di wakas, sallqa e runa, e proprio in ragione di ciò mai può essere considerata proprietà individuale. Nella società andina, infatti, il diritto all’acqua si basa sempre su un diritto collettivo, secondo cui la risorsa non è riservata alle sole persone, ma anche alla terra e a tutti gli esseri viventi, per cui tutti devono disporre della medesima quantità. Non può essere considerata una merce, un bene commerciabile come accade nella cultura occidentale consumistica: per la popolazione andina l’acqua appartiene alla terra, a tutti gli esseri viventi, non solo agli uomini. Risulta dunque evidente come la gestione idrica nel pensiero andino sia concepita in forma sostenibile: l’acqua viene distribuita in base alle necessità, alle tradizioni, alle leggi della comunità e alla disponibilità. L’uomo andino rispetta la natura attraverso un sistema di etica sociale ed ecologica, senza imporre la sua legge, ma ascoltando ed adattandosi alla stessa.
(da un testo di Eleonora Simeone per "Ilaria")