
di Giovanna Marin
Le guerre del Ventunesimo secolo scoppieranno per l’acqua, il nuovo oro blu? È una domanda non nuova, a cui i più pessimisti rispondono a una voce: sì, in futuro i conflitti nasceranno per confliggenti interessi legati alla gestione delle acque, soprattutto nei molti bacini condivisi tra più Stati. Un rischio reale, quindi, che potrebbe riguardare miliardi di persone.
Il rapporto 2006 sullo sviluppo umano del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), interamente dedicato all’Acqua tra potere e povertà è molto chiaro su questo punto. «I Paesi possono anche emanare leggi relative all’acqua considerandola un bene nazionale», dice introducendo il capitolo sulla gestione delle acque transfrontaliere, ma «rimane il fatto che la risorsa in sé travalica i confini politici senza alcun passaporto, passando sotto forma di fiumi o laghi. Le acque transfrontaliere», prosegue quindi il rapporto, mettono «in relazione all’interno di un sistema condiviso utenti dislocati in diversi Paesi. La gestione di questa interdipendenza rappresenta una delle grandi sfide dello sviluppo umano che la comunità internazionale si trova a fronteggiare».
Non sempre però gestire delle acque transnazionali ha creato conflitto, anzi. I più ottimisti tendono a sottolineare come di fatto negli ultimi 4000 anni, da quando cioè scoppiò un conflitto in quello che oggi è l’Iraq meridionale, non ci siano state “guerre dell’acqua” e come di solito i Paesi abbiano risposto alla competizione per l’acqua transfrontaliera più con la cooperazione che con le tensioni. Lo stesso rapporto Undp sostiene che l’acqua può alimentare conflitti ma anche agire da ponte per la cooperazione. È vero che in alcuni casi di Stati che per altri motivi sono in conflitto politico o militare i governi sono riusciti comunque a trovare modi per continuare a collaborare per quel che riguardava la gestione delle acque. Ma allo stesso tempo è altrettanto vero che le tensioni che nascono attorno ad acque transfrontaliere vanno a toccare temi particolarmente sensibili come la sicurezza nazionale, le opportunità economiche, la sostenibilità ambientale e l’equità.
Fare una previsione certa, “guerre dell’acqua sì o no”, è quindi estremamente difficile. È però possibile individuare quali sono i casi che più di altri potrebbero in futuro diventare occasione di frizione tra Stati, se non lo sono già da molto tempo.
Il Nilo
L’esempio più naturale è forse quello del Nilo. Il fiume più lungo al mondo dopo il Mississippi-Missouri ha da sempre dato vita all’Egitto. Senza le sue periodiche piene e il suo fertilissimo limo la civiltà faraonica non sarebbe probabilmente mai fiorita. E senza le sue acque l’Egitto odierno, la cui numerosa popolazione vive per lo più lungo le coste del grande fiume, sarebbe a rischio sopravvivenza. Ma se nell’immaginario collettivo il Nilo è inscindibilmente e unicamente legato all’Egitto, la realtà parla invece di una bacino idrografico amplissimo che comprende dieci diversi Paesi. L’Egitto, appunto, ma anche il Sudan, l’Etiopia, l’Eritrea, il Kenya, l’Uganda, la Tanzania, il Ruanda, il Burundi e la Repubblica democratica del Congo. Perché il Nilo principale, quello che arriva nel Mar Mediterraneo, nasce a Khartoum, la capitale sudanese, dall’unione delle acque del Nilo Azzurro e del Nilo Bianco, che a loro volta nascono rispettivamente dal Lago Tana in Etiopia e dal Lago Vittoria, le cui acque attraversano i confini di Kenya, Uganda, Tanzania.
Ognuno di questi Paesi vuole esercitare il diritto sovrano di costruire dighe con impianti idroelettrici sfruttando le acque del bacino del Nilo per produrre elettricità, oppure utilizzare liberamente parte delle acque presenti entro i confini nazionali. Progetti legittimi, che rispondono all’interesse nazionale, economico ma indirettamente anche di sicurezza, delle singole nazioni. Ma che violano gli accordi internazionali sulle acque del Nilo, del tutto favorevoli all’Egitto.
Il primo accordo sulle acque del Nilo è stato concluso nel 1929 da Egitto e Gran Bretagna, che agiva in nome delle sue colonie dell’Africa orientale. È poi stato parzialmente rinegoziato nel 1959, poco prima dell’inizio dei lavori per la grande diga di Assuan, da Egitto e Sudan ormai indipendenti, dando ai due Stati rispettivamente 55,5 e 18,5 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Ma tutti gli altri Paesi rivieraschi, ancora sotto regime coloniale, non hanno partecipato alla spartizione. E ormai da anni chiedono di poter riaprire la partita negoziale per stabilire delle quote più eque di utilizzo delle acque. In particolare è stata la Tanzania, entro i cui confini si trova la maggior parte del lago Vittoria, ad alzare la voce all’inizio del 2004. E l’ha fatto dando inizio ai lavori per un acquedotto di 170 km, necessario a portare l’acqua nelle zone nordorientali del Paese, afflitte da un’aridità costante. Una mossa che ha scatenato la reazione del Cairo, che ha minacciato anche l’uso della forza.
In Asia
Anche fuori dall’Africa, dove tensioni caratterizzano pure le relazioni tra i Paesi del bacino del fiume Senegal (Guinea, Mauritania, Mali e Senegal) e di quello del fiume Okavango (Angola, Namibia e Botswana), le cose non sono molto diverse. In Asia sono molti i casi di conflitti passati o latenti, come anche di sprechi e opere idriche che hanno irrimediabilmente distrutto risorse vitali per vari Paesi. È il caso del Lago d’Aral, una volta il quarto al mondo, rifornito d’acqua attraverso i due grandi fiumi dell’Asia centrale, il Syrdarja e l’Amudarja. Le cui acque, però, sono state deviate per decenni, per sostenere la coltivazione del cotone nelle regioni circostanti. Il risultato è che il Lago d’Aral è clinicamente morto, ormai ridotto a due piccoli laghi ad altissima concentrazione salina, con danni sociali e ambientali disastrosi. La fine dell’Urss e l’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta, di Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan ha moltiplicato gli attori che avrebbero eventualmente dovuto provvedere a trovare delle terapie intensive per impedire all’Aral di morire.
Diversa è la situazione del Saluen che nasce in Tibet, passa per la provincia meridionale cinese dello Yunnan entrando in Birmania e dopo aver costeggiato il confine birmano-thailandese sfocia nel Mare di Andamane. La gestione delle acque del Saluen è diventata un problema solo nell’ultimo decennio, come conseguenza delle prime difficoltà idriche della regione, dovute alla rapida crescita demografica, all’inquinamento e al degrado delle risorse idriche. Per far fronte ai nuovi problemi, i governi di Cina, Myanmar e Thailandia hanno iniziato, ognuno per conto proprio, a mettere in piedi progetti per lo sfruttamento del fiume basati essenzialmente sulla costruzione di dighe. Naturalmente sono subito nate controversie, non ancora risolte.
Situazione simile per il Mekong, il grande fiume indocinese, che, nascendo in Tibet, passa entro i confini di Cina, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. Dopo decenni di collaborazione all’interno di organismi sovranazionali ad hoc, creati anche sotto l’egida dell’Onu per gestire le sue acque, negli ultimi anni i rapporti tra i Paesi rivieraschi si sono incrinati di nuovo a causa dei progetti di dighe, messi a punto sull’alto corso del fiume soprattutto dalla Cina. Che non sembra aver intenzione di fare marcia indietro, continuando così a ipotecare i rapporti con i Paesi vicini.
Ed è sempre una diga a seminare zizzania tra India, Bangladesh e Nepal, che si dividono le acque del Gange. Un contenzioso iniziato già nel 1951, in reazione alla decisione di Delhi di costruire la diga di Farakka, a monte di quello che allora era ancora il Pakistan orientale. Nonostante sia passato più di mezzo secolo e nel 1996 India e Bangladesh abbiano firmato un trattato che lascia all’ex Pakistan orientale metà dell’acqua che arriva alla diga di Farakka, la disputa sulle acque del Gange non è ancora stata definitivamente archiviata.
In America
Sempre critica rimane anche la disputa tra Stati Uniti e Messico per il Colorado. Un contenzioso dalle radici lontane, che vanno indietro fino alla fine dell’Ottocento, come quello, sempre tra gli stessi due Paesi, per le acque del Rio Grande/Bravo. In entrambi i casi, nel corso di più di un secolo, mentre proseguivano gli scontri si cercava anche di trovare una soluzione diplomatica.
Ma il problema è rimasto vivo, soprattutto per quanto riguarda il Colorado. Negli ultimi anni il Messico si è trovato con molta meno acqua nel tratto di fiume entro i suoi confini, a causa delle grandi dighe o dei canali di deviazione che gli Stati Uniti hanno costruito più a monte, con gravi danni agli ecosistemi, all’economia e all’agricoltura in territorio messicano.
In Europa
Le tensioni per la gestione di acque transnazionali non ha risparmiato neanche il cuore dell’Europa e il suo fiume più importante per ruolo economico e sociale, il Danubio. Del suo grande bacino idrografico fanno parte Germania, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Moldavia. Gli scontri per gestirlo sono cominciati già nel Settecento, mentre i tentativi di amministrarlo congiuntamente partirono nel 1857 con l’istituzione della Commissione per il Danubio. Il principale conflitto è però sorto dopo la fine della Guerra Fredda, tra Ungheria e Cecoslovacchia, sostituita nel contenzioso dalla Slovacchia dopo la sua separazione dalla Repubblica Ceca nel 1993. Pomo della discordia la diga di Gabcikovo-Nagymaros, al confine tra i due Paesi, un progetto avviato negli anni Settanta ma che Budapest ha cercato ripetutamente di bloccare. Di fronte alla decisione ungherese di sospendere la costruzione della diga, Praga prima e Bratislava poi hanno proceduto per conto proprio, avviando un progetto di deviazione delle acque nel proprio territorio. Contemporaneamente a questo scontro, considerato il più serio che si sia mai verificato sul Danubio, gli Stati del bacino hanno dato vita però all’Environmental programme for the Danube river basin, un programma di gestione ambientale integrato di ottima riuscita.
In Medio Oriente
Ma la zona considerata globalmente come quella più a rischio di conflitto per l’acqua è il Medio Oriente. Che assieme al Nord Africa comprende, secondo quanto riportato dalla Green Cross International, il 5% della popolazione mondiale ma solo l’1% delle risorse idriche della Terra. Oltre a ciò, la maggior parte dei già poveri bacini acquiferi del Medio Oriente sono divisi tra Paesi che, soprattutto dalla nascita di Israele nel 1948, sono in conflitto tra loro anche per motivi politici e militari. Ogni guerra arabo-israeliana, infatti, ha avuto tra i suoi obiettivi anche quello del controllo sulle acque.
Particolarmente difficile è la gestione del fiume Giordano, la principale risorsa idrica della regione, il cui bacino comprende Libano, Siria, Israele e Giordania. E la Siria è coinvolta, assieme a Turchia e Iraq, anche nel conflitto per il Tigri e l’Eufrate, i due grandi fiumi che, un po’ come il Nilo in Egitto, hanno segnato la nascita e la sopravvivenza di civiltà millenarie. Anche in questo caso il conflitto è nato dalle decisioni di costruire dighe o canali di deviazione, soprattutto per sostenere l’agricoltura. In particolare, a peggiorare una situazione già tesa è stata la decisione della Turchia di costruire un gigantesco piano idrico chiamato Gap. Che, venendo realizzato nel Kurdistan turco, ha chiaramente anche un obiettivo di controllo strategico di una regione di difficile gestione dal punto di vista politico, sottolineando una volta di più come l’acqua possa sommarsi a problemi e interessi di diversa natura, acquisendo così un valore anche strategico e politico. E i venti di guerra che soffiano nelle ultime settimane tra Turchia e Iraq proprio a causa del Kurdistan lo dimostrano.
(dalla rivista "Ilaria")